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mercoled, 26 aprile 2017 - 10:05
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Spettacoli.Ray Man

Dopo Gee, Andy!, lo spettacolo dedicato ad Andy Warhol, Matteo Levaggi ha continuato la sua ricerca sull'arte figurativa americana del Novecento esplorando il mondo di un altro artista dal percorso intrigante e suggestivo: Man Ray.

La creazione che ha inaugurato la Stagione 2003-2004 del BTT al Teatro Piccolo Regio Puccini di Torino, si presenta ora in una nuova versione più vicina all'idea originale del coreografo .

L'appuntamento è per sabato 24 luglio alle ore 21.30. "Torino Punti Verdi" Giardini Reali

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.Ray Man

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una creazione di Matteo Levaggi

scene e costumi di Roger Salas

musica di DjSpooky remixed by DJ Paul Effe

disegno luci Enzo Galia impianto scenico Gruppo 5

La prima versione di .Ray Man era pensata per dieci danzatori e suddivisa in dieci sezioni di danze, senza nessun collegamento drammaturgico tra loro.

Ora, grazie anche alla musica "ready-made" di Dj Spooky, creo una nuova situazione che si avvicinerà di più alla mia idea originale per questo balletto.

Mantenendo uno spazio aperto, vorrei realizzare un ready-made della versione di .RayMan del 2003.

Questo processo mi permette di trattare nuovamente i motivi coreografici, che vivranno come cellule "aperte", rendendoli così più "leggeri", liberandoli da ogni schema per andare incontro ad uno spirito rarefatto.

Il taglio "noir", il senso di confusione che in realtà vorrei fosse percepito come "tensione" interiore, i costumi, le suggestioni che creano i danzatori in scena e la musica, lavorando su ideali indipendenti, si incontrano sulla scena, non per raccontare una storia ma per dare, a chi guarda, il senso del "ritmo interiore" che muoveva anche, secondo la mia visione, la vita di Man Ray.

Ecco allora come, in una successione rapida di "ensembles", duetti, soli, per lo più di breve durata (perchè pensati come piccoli oggetti di danza), il balletto si snoda sulla musica di Dj Spooky che "ruba" da autori come Luciano Berio, Giacinto Scelsi, Morton Feldman e li mixa con brani di musica elettronica di autori come Scanner, Yoshio Machida, David Toop e ancora, utilizzando testi di Tristan Tzara e Marcel Duchamp, realizzando un vero e proprio "ready-made" della musica, con un effetto a volte confuso, ma di grande tensione e corsa verso un nuovo tipo di valore musicale.

Non c'è dubbio che questo modo di concepire appartiene al mio tempo e non mi appare superficiale o banale, ma ricco di creatività, di spinta verso qualcosa che sarà definito poi.

Come un adolescente - con l'irrequietezza, la suggestionabilità, la distrazione, le sicurezze, il bisogno di una visibilità sociale, l'impeto e una carica emotiva incontrollabile - tento si esplorare ciò che Man Ray ha voluto fare con la macchina fotografica.

Man Ray tendeva a guardare gli oggetti, più che all'esterno, all'interno, svelando più di sè stesso che non dell'oggetto fotografato. Come ne "Il mistero di Isidore Ducasse": gli oggetti sono occultati, nascosti alla vista da una coperta, facendo scattare un meccanismo contrario, censurando l'oggetto, creando così una sorta di sadismo fotografico.

Il tentativo ora è quello di far diventare tutto ciò danza e, come Man Ray ne "La Via Lattea", esplorare una dimensione sfuggente, con un'insospettabile spiritualità.?????????? ???Matteo Levaggi

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Danzatori Oxana Kitchenko, Matteo Levaggi, Luca Martini, Vicente Palomo, Viola Scaglione, Elena Schneider, Simona Tosco, Wladimir Treu

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Direzione Artistica Loredana Furno

Lampi di danza

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Che significa per un coreografo ispirarsi oggi a Man Ray? Raccontarlo in danza sarebbe un tradimento. Artista-ma?tre à penser del "secolo breve", "americano a Parigi" nei fervidi anni Venti di tutte le avanguardie, specie gli amici Dadaisti e Surrealisti, talento proteiforme per scelta e per sfida,? Man-uomo Ray-raggio o lampo (vero nome Emanuel Radnitsky) sfugge a ogni definizione, come pittore, fotografo, filmmaker, poeta visivo di "rayografie", assemblatore-installatore di "oggetti d'affezione", baciato dal dono dell'ironia, come arma sottilmente umorale per trasfigurarli improvvisando accostamenti a sorpresa. "Dipingo l'invisibie. Fotografo il visibile" diceva. E cosa può fare la danza, che mostra il visibile- il corpo in tutti i suoi stati- e, subliminalmente, svela del corpo anche l'invisibile? Mettere in campo la stessa spregiudicatezza, la stessa libertà immaginativa che fu di Man Ray, godere dell'oggetto-coreografia, gustare il piacere della creazione, giocare con le linee, le luci, le ombre. E Matteo Levaggi, avido di indagini corporee nell'arte, dopo "Gee, Andy!" su Warhol, proprio in questo senso dedica a Man Ray il suo nuovo lavoro per il Balletto Teatro di Torino.

Per un coreografo che ama la danza in tutte le sue sfaccettature, Man Ray come padre dei "ready-made", del "trovato fatto", è il nume ideale della libertà espressiva, indicando anche in danza la via per manipolare tutto il "già fatto" che si è accumulato nel Novecento, classico, moderno, jazz, pop, street, usandolo come baule delle meraviglie, pieno di materiali da reinventare con tocco personale. La danza è un oggetto, in senso "raysta". Quindi, in onore di Man Ray, non c'è in scena un racconto, ma una danza. Ognuno potrà trovarci gli indizi di un universo mentale che i danzatori-"oggetti danzanti" (e pensanti) in costume accademico disseminano su un tappeto specchiante, superficie essenziale per disegnare tagli di luce, riflessi, ombre rivelatrici di sè e della propria forma, da leggere non nei singoli passi, ma nel continuum che determina, più che lo stile, l'atmosfera del pezzo. "Il tempo postmoderno" dice Matteo Levaggi "comporta la necessità di accettare ciò che si ha già, ciò che altri hanno trovato, e viverlo, facendolo proprio. E' ciò che accade alla mia generazione, anche nella vita quotidiana. Quindi posso decidere, senza problemi, di accostare a un pas de deux classico su musica di Sciarrino una sezione coreografata su musica elettronica, che penso sarebbe stata, a suo tempo, quella elettiva di Tzara".?

In questo stato d'animo aperto, oggi la libertà che fu dei Dadaisti va vissuta come bisogno di lasciar fluire le cose, il pieno e il vuoto, come abbandono alla dinamica, mettendo al centro il puro movimento, conoscendo certo i maestri, sapendo ciò che ci hanno insegnato, ma cercandovi la propria via evolutiva, immettendo di volta in volta nella danza che "il corpo sa" gli elementi distintivi del proprio tempo, momento per momento, stagione dopo stagione. L'obiettivo qual è? Diventare riconoscibili, come autori-coreografi, nella libertà di cambiare, di sperimentare, di prendere una forma perfettamente risolta e innestarci varianti, spostamenti di peso, equilibri azzardati, soluzioni inattese, dettagli di marchio. E' la ricetta di Matteo Levaggi per celebrare il genio di Man Ray, creatore nel 1920 di un'opera fatta di ruote dentate d'oro e d'argento, dal titolo deliziosamente significativo di "Danger/Dancer", che si potrebbe sciogliere in "danza a rischio e pericolo". Appunto.

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Elisa Guzzo Vaccarino

Man Ray: comunicazione visiva e atto teatrale

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Non si può dire che ci sia un rapporto vero ed evidente tra Man Ray e la danza. Come tutti gli artisti della sua epoca, questo americano multiforme fu vicino e dentro l'effervescenza creativa che si viveva a Parigi fin dal principio del XX secolo. Così lo troviamo citato da Gertrude Stein nella sua Autobiografia di Alice B. Toklas, o in diversi fenomeni culturali, dall'ultima epoca dei Ballets Russes di Diaghilev al dadaismo di Zurigo, attraverso lo sviluppo delle avanguardie, specialmente il cubismo e gli altri geometrismi e, naturalmente, il surrealismo.

Tuttavia Man Ray era sempre teatrale nella sua espressione plastica personale. Ci sono perfino due foto-collages che contengono la figura della ballerina sulle punte e con il tutù romantico. Erano forse trattate ironicamente, perchè Ray aveva una visione della vita mordace e dura, che trasferiva nella sua opera, a volte attraverso un umore nero e spietato.

Per questo ".Ray Man", accettando con gioia di lavorare ancora una volta con Matteo Levaggi e con il Balletto Teatro di Torino diretto da Loredana Furno, ho cercato di esplorare questo aspetto teatrale che si trova nelle sue immagini d'ispirazione sadomasochista o tardo-surrealista.

Sempre inquietante e oscuro, sempre cercando di arrivare alla vita segreta dell'osservatore della sua opera (tratto morale che abbiamo tutti e che pochi mostrano), Man Ray rifugge dal creare uno stile definito, un'opera coerente. Ci sono in lui molte coerenze e incoerenze e molte possibilità stilistiche, e mi sono proposto di riflettere anche questo nel nostro lavoro. Così, ho scelto elementi e icone di diverse epoche e temi che tra di loro potessero dialogare plasticamente in scena e che si adattassero alle idee di base del coreografo: la bocca gigante, i capelli infiniti che cadono come una cascata, i profili che si separano o si uniscono, lo specchio e la foto di una persona incappucciata e legata.

Così è ".Ray Man", o così può essere Man Ray, una unione accidentale, virtuale, di certe sue ossessioni incarnate da alcuni ballerini vestiti di nero, grigio, bianco e argento: i colori della fotografia, il suo mezzo favorito di comunicazione visuale.

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Roger Salas

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