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sabato, 29 aprile 2017 - 05:39
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ApprofondimentiSette danza-attori per il set di Rivombrosa

Quanti non hanno mai sentito parlare, dalla vicina di casa, sul tram o nelle sale d'aspetto, di Elisa di Rivombrosa scaglino la prima pietra. Ma anche fosse, se davvero voi foste così integralisti e puritani, di sicuro sarete inciampati, nei pressi di qualche edicola, nei cartelloni stampati che riportano la faccia di Alessandro Preziosi, lui, il divo. Quindi, riprendetevi i vostri sassi.

Forse non tutti però hanno la giusta percezione della mole di tecnici, sarti, truccatori, assistenti, comparse, parrucche e parrucchieri, costumi e costumisti che si agitano dietro le quinte, anzi, scusate, dietro le camere. Per giunta pare siano in molti, a giudicare dalla ressa davanti alle cancellate e ai portoni del Castello di Agliè, location della fiction, pronti a dire falsa testimonianza pur di accedere alla corte di Rivombrosa.

Ebbene, un branco di danzatori torinesi, misti per età e formazione, si è magicamente ritrovato in possesso (per vie del tutto legali, lo giuro!) del pass di libero accesso a corte, e, sotto la guida del Prof. Alessandro Pontremoli, esperto di danze e contraddanze barocche, hanno indossato i panni di dame e damerini settecenteschi.?

Con qualche secolo e qualche chilometro di distanza da quel di Rivombrosa, eccoci ora a rievocare quei giorni con Daniela Paci, Aldo Torta, Francesca Brizzolara, Renato Cravero e Stefano Botti, danza-attori contemporanei, e ovviamente Alessandro Pontremoli, docente di storia della danza all'Università di Torino. Marco Mazza, danzatore, purtroppo oggi era impegnato.


Per voi, che avete una formazione principalmente coreutica, il cinema non è esattamente il vostro pane quotidiano. Cosa ha significato questa esperienza sul set?

Francesca: Beh, ho dovuto rivedere completamente il mio rapporto con lo spazio, rispetto al lavoro in teatro, e mettermi in relazione con la telecamera, cercando di rapportami con questo nuovo punto di vista.

Stefano: Sì, e poi per noi danzatori era praticamente impossibile sapere che cosa la camera stesse riprendendo di preciso... a volte potevamo intuire la direzione, ma restava comunque l'incognita della porzione di spazio racchiusa nell'inquadratura, che poteva riguardare l'occhio di un personaggio come l'intera corte.

Renato:? Neanche del? tempo però eravamo padroni, voglio dire, in teatro hai il tuo percorso, e te lo gestisci anche in base alle tue energie. Nel cinema questo non si può fare, dipendi da troppe variabili, anzi, è il contenitore stesso qui che è variabile. Di fatto il cinema sembra più vero, ma in realtà è più artefatto. Per il teatro è il contrario.

Stefano: Infatti. In scena sei comunque padrone di quello che fai, e dopo uno spettacolo riesci ad avere la percezione di quello che è stato, di quanto hai dato e di come lo hai dato.

Francesca: Sul set invece non sai mai quali parti e come saranno montate...

Renato: E nemmeno puoi sapere quali delle innumerevoli prove sarà utilizzata, e perchè proprio quella.

E lo stesso vale anche per gli attori, secondo voi?

Renato: A me sembrava che anche loro, in fondo, non fossero poi tanto consapevoli di quello che facevano, ma che si lasciassero, più che altro, muovere e gestire dalla regia.

Francesca: Un momento però, Preziosi ce l'aveva eccome la consapevolezza!

Renato: Certo! Ma ce l'aveva perchè, dopo ogni ciak, andava sempre a guardare il girato, lui.

Prof. Pontremoli: Va detto che nella scena cui abbiamo preso parte lo scopo principale era la visibilità dei protagonisti, e quindi l'attenzione era rivolta ai loro visi. Girare questa sequenza ha richiesto un grande sforzo, uno spreco nel senso rinascimentale del termine: per ottenere il risultato voluto si è fatto ricorso ad un'immensità di risorse ed energie; ma la grande differenza tra cinema e teatro sta proprio qui: nel cinema non esiste una performance finale. Una scena, una volta girata, non viene mai utilizzata completamente, ma è sempre smantellata e ricomposta per ottenere qualcosa di adatto agli scopi della sceneggiatura. è questa che domina l'esito della rappresentazione. Certo, l'ideale sarebbe conoscerla sin dal principio, la sceneggiatura, ma i tempi e i costi non lo rendono possibile a tutti coloro che partecipano alle riprese.

Dunque bisogna fare anche qui delle distinzioni tra attori principali e figure secondarie. Rispetto alle comparse, invece, come vi sentivate e come eravate considerati?

Daniela: Direi che c'era una bella differenza. Noi danzatori eravamo trattati e rispettati come dei professionisti, mentre le comparse... beh, non so se si può dire, ma a me ricordavano un po' l'ovatta usata per riempire i cuscini, che deve andare nei punti giusti... Comunque, gran parte di questa considerazione la dovevamo al Prof. Pontremoli e al suo ruolo di intermediario rispetto alle esigenze della regia.

Aldo: Assolutamente. Mi ha colpito la bravura, la diplomazia del Professore, ma soprattutto la sua calma, specie se paragonata alle reazioni a volte un po' sopra le righe dei tecnici ed assistenti alla regia. E poi era sorprendente la disinvoltura con cui smontava e rimontava la coreografia, a seconda delle esigenze registiche. Molti altri coreografi come minimo si sarebbero sentiti feriti nell'orgoglio.

Prof. Pontremoli: Vi ringrazio, in effetti sono un coreografo atipico, anzi, per la precisione sono più che altro un coreologo, un filologo della danza. Il mio lavoro a Rivombrosa (ma ho una compagnia di danze storiche a Legnano dall' 80) è stato quello di costruire una sequenza rifacendomi a coreografie create da maestri di epoche passate. Ho soltanto messo insieme elementi di linguaggio finalizzati ad una struttura che mi era stata richiesta.

Se non sbaglio, Professore, questa è la seconda volta che le chiedono di lavorare per Elisa di Rivombrosa.

Prof. Pontremoli: Sì, è così. La prima volta è stata due anni fa, per la prima serie. Lì ho imparato che cos'è il cinema, l'ho tolto dall'immaginario mitico di tutti. è faticoso, ma è una bella industria, che offre diverse opportunità di lavoro, e che può essere anche molto creativa. Ho parlato di cinema, e non di fiction, perchè tutte le riprese sono infatti su pellicola Super 16 mm e non su supporto digitale, come avviene per gran parte degli sceneggiati. Lo so perchè, ansioso come sono di imparare tutto, sul set ho finalmente potuto togliermi una serie di dubbi e curiosità. Difatti gli operatori, il fonico e la regista si ricordavano bene di me...

Come è stato lavorare sotto la regia di Cinzia T. H. Torrini?

Prof. Pontremoli: è una donna dotata di una grande intelligenza sociale, e per questo abile nel rapportarsi a tutti. Sì, è vero che ogni tanto forse alzava la voce, ma lo faceva come fa una maestra con i suoi allievi. Una brava maestra.

Per voi danzatori, invece, è la prima volta che vivete un'esperienza di questo tipo?

Aldo: Il genere di danza non è una novità per me, che adoro la tradizione in generale. Ho un'anima antica, a nove anni ho iniziato con le danze da sala, poi ho bazzicato a lungo nelle balere. Per quanto riguarda il danzare per le telecamere, alcuni mesi fa ho partecipato a delle riprese in P.zza Castello per uno sceneggiato di poche puntate. In effetti anche quello era ambientato nel passato... Forse perchè si sente sempre di più oggi il bisogno di portare le persone a fantasticare, di allontanarle dal presente richiamando un passato romantico.

E che emozione avete provato il giorno delle riprese?

Renato: In realtà l'emozione davanti alle telecamere è stata poca, se paragonata alla tensione che si prova durante uno spettacolo..

Francesca: Più che altro io cercavo di divertirmi nella parte che avevo... C'era un po' il gioco a cercare di comparire nell'inquadratura...

Stefano: Già, come per i ballerini di fila, dove quelli di dietro cercano a tutti i costi di essere visibili! A parte tutto era già emozionante il fatto di potersi muovere, e di non dover restare fermi in piedi, come era invece per i "comparsanti"... Poi sentivo la responsabilità verso gli attori che dovevano danzare con noi. A noi spettava il compito di guidarli, mentre la loro attenzione era perlopiù rivolta alla recitazione.

Daniela: E' stato bellissimo uscire completamente dai nostri panni per un giorno. Benchè trucco, abiti e parrucche fossero decisamente scomodi, ci sentivamo persin belli lì dentro, alla fine. Comunque, non so voi, ma sono giunta alla conclusione che, fossi nata nobile nel Settecento, tra corpetti e panier, non sarei sopravvissuta più di due o tre settimane.

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Viviana Rossi

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Questo articolo è reperibile anche nel N? 3 di? Maivista ,? rivista che si occupa di molteplici eventi relativi all'arte, al cinema, alla musica e al teatro, offrendo a volte una chiave di lettura inusuale su quello che di artistico si muove in città.

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