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domenica, 26 marzo 2017 - 22:48
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ApprofondimentiButterfly, anima di seta

Come poche altre creature del melodramma, e sola tra le eroine pucciniane, Madama Butterfly ha ben presto superato i confini musicali ed è diventata un'icona assoluta del nostro immaginario. Insieme alla verdiana Violetta Valery, infatti, con le sue ingenue aspettative e le tragiche delusioni, la piccola geisha di Nagasaki incarna per la sensibilità collettiva il simbolo dell'ostinata, cieca speranza umiliata dalla miseria della realtà:
miseria impersonata dal marinaio Benjamin Franklin Pinkerton, chiamato a rappresentare non solo una certa meschineria tipicamente maschile (quella del seduttore e fedifrago da quattro soldi), ma anche il fallace miraggio di un'agognata, salvifica meta sociale (nel caso, la gagliarda e civilissima America), nella quale realizzare i propri sogni.

Certo, come nel caso di Violetta, anche l'elevazione di Butterfly a icona assoluta dell'immaginario si deve probabilmente al fatto che la sua genesi artistica (dalla novella? Madame Chrysanthème di Pierre Loti al racconto di John Luther Long, alla pièce teatrale di Belasco, fino alla rielaborazione di Illica e Giacosa per l'opera di Puccini) affonda nella realtà, qui storicizzata nell'epoca in cui in Giappone per la prima volta si apriva agli influssi dell'occidente; qualunque sia la motivazione della sua mitizzazione, comunque, la tenue farfalla bramata da Pinkerton ha, nei suoi primi cento anni di vita, ispirato artisti dei diversi linguaggi teatrali e li ha sfidati nell'impresa di perpetuarne il 'mito' e di renderlo vivo e vitale anche in altre forme espressive, che rivendicano la propria autonomia di invenzione e stile.

Così ecco che nella creazione di Paolo Mohovich per il Balletto dell'Esperia, pur mantenendo riconoscibili i legami con l'archetipo operistico che l'ha resa popolare, la vicenda della giovane geisha è calata fin dalla concezione scenografica (una grande finestra dalla quale passano immagini costituite dal mondo interiore, dall´immaginario della protagonista)? in un'atmosfera allo stesso tempo contemporanea e visionaria, quasi a sottolineare l'assoluta atemporalità/eternità/ciclicità? del suo mito (che può replicarsi anche tra? i giovanissimi giapponesi di oggi più che mai ossessionati dall'occidente) e insieme la prospettiva soggettiva della storia, che per la nostra protagonista, ancora e sempre, è costruita sulle proprie illusioni e fantasie.

Non a caso, per ribadire la dimensione interiore e fantastica delle aspettative della protagonista, nella tessitura drammaturgica del balletto di Mohovich si insinua un esplicito riferimento ad un capolavoro coreografico incentrato sulla medesima triade 'amore-tradimento-morte', Giselle, riconoscibile nella struttura della scena delle nozze, dove Butterfly vive una sorta di transfert che, replicando fuggevolmente tra i presenti le medesime dinamiche esistenti tra i personaggi del balletto ottocentesco, l'identifica con l'infelice eroina di Gauthier (della quale è destinata a vivere la fine); mentre il ramo di ciliegio per Pinkerton, come la margherita per Albrecht, diventa il sottile emblema di un sentimento non sincero, pronto ad essere prontamente abbandonato, senza cura e rispetto.

Del resto, la fragilità di Butterfly, il suo candore infantile sono visualizzati nella danza dal rapporto? con? Suzuki, tratteggiato con una gestualità forte, avvolgente e protettiva (mentre la fanciulla mantiene una grazia minimalista nelle movenze cadenzate delle? mani), e dalla sua 'percezione' della realtà, così che nell'immaginazione, la nave di Pinkerton ha le fattezze di una barchetta di carta e il figlio che porta in grembo la leggerezza tenera di un palloncino.

Se dunque La Butterfly punta ad evocare soprattutto gli stati d'animo della protagonista, facendo sì che gli altri sembrano muoversi secondo l'idea che lei ha di loro - così la danza di Pinkerton ha un attacco gagliardo e baldanzoso, lo zio Bonzo, nelle vesti di un imaginario Hilarion (appare nel contesto della festa) lo scatto pieno d´ira, il principe Yamadori la granitica gestualità degli antichi Nò, Kate la grinta nervosa di una rivale spietata -, la scrittura coreografica di Mohovich, sollecitata anche da una scelta musicale estremamente variegata (dove a Puccini è affidato il momento sublime dell'amore, e il resto è musica giapponese tradizionale e pop, Sakamoto in primis), sfugge al descrittivismo tradizionale e si impone di cristallizzare gesti e psicologie in una danza innervata di un lirismo nervoso, esito di una costante meditazione sull'evoluzione delle linee neoclassiche e sulla necessaria distillazione? delle tensioni e delle emozioni dei caratteri. Seguendo il diktat, caro a molti coreografi, di far sì che "la danza esprima ciò che le parole non dicono", Mohovich affronta così la sfida di evocare quest'"anima di seta" attraverso uno stile che fonde classico e contemporaneo, la ricerca del presente e la lezione del passato, il suo gusto estetico 'contemporaneo' e l'ammirazione per la tradizione.

Vista la valenza assoluta di Butterfly e della sua storia, il coreografo non poteva scegliere soggetto migliore per progredire nella sua ricerca teatrale ed espressiva.

Silvia Poletti

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