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gioved, 29 giugno 2017 - 00:34
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ApprofondimentiIl finanziamento pubblico allo spettacolo dal vivo: una ricerca empirica

Di politiche culturali si parla spesso. Su quali dati tali politiche possano basarsi nel nostro Paese è questione annosa, cha sta recentemente spingendo nella direzione di sviluppare una adeguata produzione (oggi mancante) di informazioni indispensabili, attraverso l'istituzione di una apposita rete di osservatori.
Di Luca Zan, Sara Bonini Baraldi, Paolo Ferri, Maria Lusiani e Marcello Maria Mariani


La cronica mancanza di dati sistematici non è tuttavia il solo elemento di rischio nella realizzazione di politiche culturali. Più in particolare la nostra impressione è che prevalga una visione che tende a sottostimare i problemi organizzativi di "implementazione", quasi che il cammino tra norma e sua applicazione fosse diretto, non problematico. Da studiosi di management, per opposto, tendiamo a vedere la stessa applicazione della norma come problema organizzativo, che si attua all'interno di organizzazioni. Anche in questo caso dunque (come in generale nei processi organizzativi di qualsiasi organizzazione) è lecito attendersi processi decisionali "limitatamente razionali", che danno a luogo a risultati che - in parte almeno - semplicemente "succedono", "emergono", al di là delle intenzioni e della consapevolezza degli attori coinvolti, con conseguenze non previste rispetto alle intenzionalità di qualsiasi attore (fosse anche un idealizzato/spersonalizzato "legislatore").

Senza volere affrontare in questa sede questioni teoriche e epistemologiche retrostanti (basti solo richiamare la nozione di formazione di ordine spontaneo dei sistemi sociali di Hayek (1973)), il presente articolo vuole riassumere i tratti essenziali emersi nella ricerca sul finanziamento pubblico allo spettacolo dal vivo condotta nel periodo Settembre 2006/Novembre 2007, realizzato su incarico del ministero dei Beni e delle Attività culturali [1] e grazie al contributo di alcuni sponsor che hanno reso possibile la copertura dei costi della ricerca stessa [2].

Scopo della ricerca era appunto quello di comprendere le criticità del complessivo (e in effetti incredibilmente complesso) sistema di finanziamento statale, cercando ad un tempo di far fonte alla mancanza di dati sistematici, all'assenza di una attenzione al processo organizzativo di amministrazione della norma svolto da parte degli uffici ministeriali, infine superando una parcellizzazione settoriale sui singoli ambiti dello spettacolo dal vivo che di solito prevale (fondazioni lirico sinfoniche, musica, teatro ecc.).

A tale proposito è opportuno sottolineare due aspetti:

- si è trattato di un progetto "scientifico" di ricerca, in cui mai abbiamo dovuto (o ci è stato chiesto) di mediare o di orientare le nostre domande rispetto a esigenze della politica (un lavoro dunque tecnico di analisi prevalentemente quantitativa);

- la ricerca è focalizzata sugli anni 2003-2005, e quindi in parte già "invecchiata", sia per il passare del tempo in genere, sia in relazione alle innovazioni introdotte a livello normativo a fine 2007 [3]. Va comunque precisato che tali cambiamenti non modificano il quadro complessivo dei nostri risultati. Peraltro, per coerenza metodologica, più che il cambiamento delle norme in sè a noi interesserebbe valutare su base storica gli impatti effettivi di tali cambiamenti: cosa che non facciamo in questa sede ma che sarà ricercabile solo nel futuro.

I risultati emersi possono essere anticipatamente riassunti nei seguenti termini:

- La complessiva impalcatura (il sistema FUS) si dimostra tendenzialmente rigida: i fondi vengono assegnati nel tempo in misura preponderante agli stessi soggetti e in modo stabile;

- Il sistema è caratterizzato da scarsa trasparenza: non solo il sistema è rigido, ma lo è in modo non esplicito, nascondendo la propria rigidità dietro a una retorica del progetto che in sè evoca l'idea di flessibilità di un finanziamento ad hoc, a progetto appunto, per cui ci si aspetterebbe che finanziasse soggetti o iniziative diverse, in modo variabile nel tempo. (Per questo motivo la nostra analisi, a differenza di altre, preferisce ragionare su soggetti/organizzazioni piuttosto che su progetti).

- Il sistema non premia l'innovazione: uno dei dati più impressionanti è la bassa (quasi nulla, invero) presenza di nuovi soggetti ammessi al contributo.

- Il sistema - al di là della evocazione della valutazione di merito propria di una retorica del progetto - di fatto non premia la qualità. O, più radicalmente, il discorso sulla qualità è estraneo al suo funzionamento.

Il presente articolo dimostra tali emergenze empiriche, fornendo dati "forti" a supporto dei risultati sopra sintetizzati: rigidità, scarsa trasparenza e chiusura al nuovo di tutta l'impalcatura FUS. A completare l'analisi seguiranno alcune osservazioni puntuali che si sono dimostrate rilevabili solo per il settore musicale.

Rimandiamo invece ad altra sede - la pubblicazione complessiva del rapporto di ricerca in corso presso Il Mulino - sia una trattazione approfondita in merito alle modalità di valutazione reale dei progetti (il cosiddetto discorso sulla qualità, grande assente delle politiche culturali del paese), sia la discussione su ulteriori elementi in tema di finanziamento pubblico allo spettacolo dal vivo (il cosiddetto "extra FUS"), limitandoci qui a segnalare come l'esistenza di altri fondi regolati da ulteriori insiemi di norme (quello che abbiamo definito come "rabbocco di fondi e rabbocco di norme": Zan 2007) non solo non risolva i problemi suddetti, ma rischi viceversa di aggravare questioni di non trasparenza e di complessiva razionalità (o irrazionalità) delle politiche culturali.

Leggi tutto l´articolo su http://www.aedon.mulino.it/archivio/2008/2/zan.htm

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