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domenica, 24 settembre 2017 - 05:08
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ApprofondimentiKONTAKTHOF, riflessioni a medio termine dalla visione dello spettacolo.


Ho appreso da un paio d´interventi di Chiara Castellazzi, giornalista e critica di danza torinese, che ? tra i diversi approcci che si possono usare nel commentare uno spettacolo di danza ? uno è quello di buttar giù a caldo le proprie impressioni, per poi osservare, rileggendole a freddo, se hanno conservato lo stesso taglio e vigore, o se c´è qualcosa che va cambiato
A poco più d´un mese dalla visione di "Kontakthof" di Pina Bausch, andato in scena a Torino al Teatro Nuovo - il Nuovo Teatro Nuovo dello Stabile ? (proprio in questi giorni in scena alla Maison de la danse de Lyon interpretato questa volta dagli adolescenti over 14 ndr) - non ho cambiato idee, semplicemente le ho ordinate.
Sono le considerazioni (solo riorganizzate) che avevo buttato giù a caldo, quella sera di novembre al mio rientro da teatro. Suddivido il mio contributo in tre parti.

1. Il cinema quasi muto, un po´ cartone animato di Pina Bausch. Quello che ho subito pensato, e non ho smesso di pensare, condividendolo tra l´altro con la mia vicina, è che l´atmosfera evocata è decisamente cinematografica, e i danzatori ? attori di Kontakthof sono tutte facce da film. O per lo meno sono usate e impostate come facce da film, a volte anche come figurine da cartone animato. Nella lunga corsa in diagonale, ad esempio, è un cartone la donnina in viola (nella parte inferiore dello scheletro il polpaccio che ballonzola, nella parte superiore lo sguardo, teso nello sforzo del portare a termine ? notevole pensando all´età - la fila fino alla quinta di sinistra), mantenendo sempre la giusta distanza nonostante la disturbatrice, la signora che all´inizio dice di essere parigina Quest´ultima stessa è un´altra figurina, evocatrice della coreografa perfetta e perfezionista, cui non va mai bene niente e che urla seccata e scontenta dell´esecuzioneincarnazione ironica della classe delle coreografe? Fellini. La sfilata delle coppie che escono dalla porta sul fondo, come a una festa in maschera alla Romeo e Giulietta, un cavallo da giostra rosso così importante da essere illuminato in maniera continuativa e sempre presente sul boccascena, monito alla fanciullezza e al gioco, mi hanno ricordato qualcosa del cinema di Fellini. Da cinema sono pure le musiche, le luci e il loro uso, con i 7 + 5 fari gialli, e l´occhio di bue fisso dove serve, sul cavallino da giostra, appunto, costantemente in scena a sinistra dello spettatore, ad eterno simbolo 'fanciullino". Anche in apertura del secondo tempo ho avuto la medesima sensazione. Tanti cartoni ritagliati sul fondo, tutti in fila, quasi bidimensionali: strizzavo i miei occhi da miope, poichè veramente li percepivo come tali. Ho pensato a una lunga fila di noi, di tanti "me" con le mie compagne e i miei compagni di allora, in colonia da ragazzini e chissà che non ci sia qualche cosa di questo, una volontà di far emergere ricordi del genere, nel far assistere loro e noi alla proiezione di un documentario sull´immissione di oche all´interno di uno stagno.

Un teatro danza dal ritmo cinematografico che però ci chiama, di più ci costringe ad entrare nello spettacolo. No quarta parete naturalmente noi siamo parte chiamata direttamente in causa con e dentro lo spettacolo, più di una volta anche. Tanto che venti centesimi per andare in giostra sul cavallino rosso, sono comicamente chiesti e richiesti dalla signora coi capelli rossi alla prima fila, e tanti sono gli avvicinamenti fino al limite visibile del proscenio. Poi si tenta un altro coinvolgimento diretto del pubblico, meno efficace e meno comico direi, con una discesa in platea e carte da gioco distribuite qua e là. Più oltre sfilano i personaggi in proscenio, i corpi in slow motion, i volti illuminati e "inquadrati" a mo´ di ripresa panoramica. Mentre in secondo piano c´è tutta una lunga fila orizzontale delle persone che raccontano, in un´immaginaria intervistaaneddoti della propria giovinezza. Questo mi ha ricordato "Seven for a secret never to be told" di Wim Van De Keybus, visto a Ferrara o Bruxelles nel 1999 o 2000, in cui un tipo passa con un microfono e raccoglie improbabili ed estemporanei pezzi di discorso, passando a turno da uno all´altro così nello spettacolo di Pina.

Tutto molto suggestivo, ma in particolare gli occhi di quel signore che guarda, e passa, lungo il proscenio no, non riesco a dimenticarli. E neanche la signora che guarda all´insù, verso il cielo, sempre un po´ come in una gita in montagna da ragazza e fa il richiamo del grillo o della civetta, cui risponde in modo onomatopeico qualcuno con il verso del topolino giocattolo della prima scena.

2. Sull´uso delle diagonali, delle linee, dello spazio in genere: un vero studio delle linee di Pina.

Nulla di più che un´osservazione sul diverso impatto che ha la ricerca di entrate differenti degli attori a seconda della linea di ingresso usata. Quando una diagonale che incalza da destra verso il proscenio, quasi minacciosa, quando un´entrata molto solenne e drammatica dal centro del fondo scena, come in alcune camminate di attori ed attrici singole ? che danno potenza e risalto al loro essere drammatici, quando una camminata disturbante ai limiti del grottesco in mezzo al pubblico, quando uno svolgersi alienante di una linea, da sinistra verso destra o viceversa, orizzontalmente, lungo il proscenio.

3. Il senso del gioco della vita e la coppia che si scoppia.

Altri espedienti drammaturgici per il senso del gioco della vita. L´inseguimento a volte un po´ laido, del signore che corre dietro all´attrice bionda. La bambola gonfiabile sempre presente e svolazzante, come a significare che quando c´è il coro c´è sempre qualcuno che "canta fuori dal coro" (Chinotto San Pellegrino insegna...) La signora rossa che "balla da sola", ma spesso piange e grida il proprio "Darling" che non c´è . E ancora ripetutamente il signore con la sua bambolona di gomma . dai capelli coloratissimi, come i rossetti delle donne vere

All´interno dei duetti - ce ne sono molti - la coppia spesso si scoppia.

C´è la danza di lei che si muove ostentando il massimo della propria grazia e sensualità, mentre lui (signore dagli occhietti piccoli e vispi) si tira su il calzino

Ci sono i dispetti che fanno adeguatamente pensare alle dinamiche presenti ? ad esempio ? in una casa di riposo per anziani, e che fanno riflettere sul fatto che, se si riducono tutti così, ma chi gliel´ avrà mai chiesto questo RI ? PO ? SO FOR ? ZA - TO??

4. La società dei riposi forzati e la carezza della vita.

E così ci si apre a un´altra riflessione di taglio più sociale, sul perchè la nostra società ritira dal "commercio" gli anziani, soprattutto leva loro quel potere di trasmissione di valori e forza e idee per i giovani e i ragazzi delle loro famiglie. Ma come sarà in Germania, mi domando? Giacchè magari Wuppertal e questo laboratorio spettacolo con Pina può essere, ma non rappresentare la normalità ma magari ci si avvicina . E mi vien voglia di andare a curiosare in Germania (dove ero già stata ? di passaggio per audizioni di danza) e in Cina, più precisamente in Xin Jiang, verso cui sono attirata per l'amicizia e collaborazione con una danzatrice di danza tradizionali etniche, e dal bagaglio di differenti valori.

Deve Pina aver certamente insegnato a questi amabili signori a "muoversi dal neutro", a conferir grado e consapevolezza al loro sguardo e c´è chi parla infatti ? alcune interviste ai suoi stessi danzatori lo testimoniando ? di un metodo Bausch, anche se lei rifiuta ovviamente qualsiasi tipo di etichetta del proprio lavoro di ricerca.

Mette curiosità pensare a che cosa deve aver fatto la coreografa a livello di laboratorio e di studio, con queste persone non più proprio giovanissime, per aiutarli a tirarsi fuori, a ricordare a essere consapevoli in una parola. Al di là della flessuosità fisica o meno, che entra a far parte dell´interessante dello spettacolo in quanto scolpita su corpi over sessanta. Che percorso avrà seguito Pina? Qualcosa immaginiamo, molto non sappiamo, sappiamo però le nuove strade della grande donna dei ritratti umani verso i giovanissimi (ragazzi di 12 ? 14 anni stanno imparando lo stesso spettacolo) e gli anziani (che dalla prima messa in scena di questo Kontakthof hanno ben 5 anni in più)

Sicuramente viene da sorridere e da dire: ditemi dove c´è scritto che arriverò così a quell´età, metto firma subito! E rivedo le due Lorelei, con la loro eleganza, e il fisico prestantissimo

E penso: avrò solo io avuto una riflessione su come potrebbe essere per mia madre, l´esperienza umana della danza, al di là della concezione riflessa attraverso le figlie danzatrici che ha sempre avuto e mai voluto o come potrebbe esser a livello di esperienza su di sè?

E poi, come sarò io? . Come potrebbe esser mio padre, se fosse vivo? E anche, come potrebbe funzionare la danza a livello terapeutico su malattie degenerative dell'età?

Insomma, uno spettacolo che ci dona una riflessione sul peso della vita a volte leggera come una carezza, a volte pesante come un corpo buttato a terra (cosi tante sono le cadute all'interno delle sequenze) a volte intrigante, come uno sguardo occhieggiante al di sopra delle labbra rosse scintillanti (un po´ kafkiane e da attrice tedesca espressionista stampato sul viso di una over 60) a volte torbida come un pettegolezzo sull´alito alla cipolla nei riguardi di un signore tranquillo e generoso da parte di due peppieA volte pesante come la piantana di un ombrellone pitturata di rosso che si ostenta sul proprio torace a volte scialba come lo sguardo assente di una donna sulla giostra del cavallo a volte esagerata come le esibizioni in successione di sè, DEL PROPRIO SE´ (pizzicarsi le dita nella porta, schiacciarsele sotto il coperchio del pianoforte, mettersi sulla pancia la base in cemento di un ombrellone, PER I MASCHI, e correre, ridendo, in tondo, ridere come una pazza, o cantar il proprio orgasmoPER LE FEMMINE in una sorta di campionario a cui gli altri assistono e plaudono come a una gara di ballo. La "com - prensione" di tutto sembra alta, l´empatianel far vedere tanto le esibizioni della propria forza fisica, del proprio Maciste sopito, quanto quelle magari meno immediate, più complicate e che possono denunciare altrettanta voglia di applauso. Ricordo ancora una volta il "Darling" detto, sussurrato, gridato e pianto, urlato disperatamente nella più totale solitudine finchè arriva un´altra donna ad accoglierlo, a com ? prenderlo.

E´, o almeno io l´ho vissuta così, come una grande, ammirevole e commiserevole (pathos) immagine, ritratto e talora ritaglio della nostra e profondamente nostra varia umanità.

E che fisico, ragazzi!!

Un´iniezione di fiducia e di pura poesia.

Giuliana Garavini

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