Intervista a Paola Fatima Casetta
martedì, 12 maggio 2009 - 12:30
Insegnante di danza africana e animatrice interculturale
Torino – marzo 2009
di Sara Bonini Baraldi
Anche l’ASAI sta dietro casa mia, ma dalla parte opposta rispetto al Lumiére, tra le calde vie di San Salvario. Più volte mi ero riproposta di approfondire la questione ma (come spesso mi accade) mai l’avevo fatto. L’intervista a Paola Fatima cascava a fagiolo...troppe cose ormai mi incuriosivano: chi erano quei ragazzi in trampoli e striscioni colorati che sempre si vedevano festanti al corteo del primo maggio? e perché un’insegnante di danza africana mi dava appuntamento in un centro di animazione per giovani di matrice cattolica? E poi quel nome, Paola “Fatima”...
Sara: Come ti sei avvicinata alla danza africana?
Paola Fatima: Ho cominciato a studiare danza piuttosto tardi, perché prima ero in collegio, e mio padre non approvava. A 23 anni mi sono iscritta alla My Day Academy, la scuola di danza diretta da Sandra Scala ad Asti – la mia città - studiando un pò di tutto, dalla danza classica a quella moderna, hip-hop, flamenco e contemporanea. Ho scoperto la danza africana un paio d’anni più tardi, grazie ad alcuni documentari che erano passati in televisione. Mi ci sono subito appassionata, ed ho chiesto alla My Day di realizzare dei seminari o corsi su questo genere di espressione. Dopo qualche tentativo è stata chiamata Elena Bertuzzi, una bravissima danzatrice ora specializzata in Francia nella Labanotation. In quegli anni Elena cominciava a frequentare l’ambiente artistico francese, e per questo ha suggerito a me ed alle mie sorelle (anche loro danzatrici) di partecipare al festival di Avignone. E’ stato lì che ho conosciuto il mio maestro: Koffi Koko. L’incontro con Koffi è stato fondamentale, e mi ha portato ad intraprendere un percorso completamente diverso rispetto a quello della maggior parte delle persone di qui. E’ stato il mio destino: dopo 3 anni ho preso il posto di Elena alla My Day Academy ed ho capito che la danza africana e l’insegnamento erano la mia strada. Nel 1997 mi sono diplomata Insegnante di Danza Africana con CAE a Bordeaux.
Sara: cosa ti ha colpito di Koffi tanto da portarti ad intraprendere questo percorso?
Paola Fatima: Senza dubbio la sua personalità e la sua grande spiritualità. Koffi è originario del Benin, dove è un “iniziato” della religione Vodun, cioè una specie di “cardinale”. Purtroppo il culto Vodun in occidente è spesso frainteso, ma in realtà è una religione a tutti gli effetti, ed in Benin è ufficialmente riconosciuta come religione di Stato. Le danze del Benin sono profondamente legate al sacro, e portano la persona che se ne avvicina ad intraprendere una ricerca interiore molto profonda. Per questo per poterti avvicinare seriamente alla danza africana sei obbligato ad intraprendere un percorso di un certo tipo: la danza diventa uno strumento di conoscenza di te stesso. Ora c’è molto fermento in occidente per quel che riguarda la danza africana, ma la distanza culturale è grande, e poche persone sono davvero in grado di avvicinare l’altro a questo stile espressivo trasmettendone il profondo significato. Koffi ha sempre portato nel suo lavoro di danzatore questa spiritualità, ma senza mistificazioni, senza la volontà di crearsi degli adepti. Inoltre insieme ad Elsa Wolliaston, Koffi ha avuto il grande merito di mettere a punto una pedagogia della danza africana diretta a persone di origine non africana.
Io, lavorando come assistente di Koffi, ho avuto la fortuna di ereditare questa esperienza didattica e allo stesso tempo di avvicinarmi al Benin.
Sara: raccontami del Benin...
Il mio primo viaggio nel Benin è stato nel 1990. Da allora ci sono tornata sempre più spesso, anche due o tre volte all’anno. Ora ci vado più di rado, principalmente con l’associazione Danbalà, con cui realizzo dei percorsi di avvicinamento alla cultura africana tramite la danza. Per quel che mi riguarda, l’incontro con il Benin è nato da un bisogno di approfondimento personale a partire da un interesse artistico, ma poi ho cominciato a portarmi dietro questa esperienza in tutto quello che faccio. Inoltre in Benin ho anche intrapreso un cammino spirituale-religioso.
Sara: Cioè legato alla religione Vodun?
Paola Fatima: Si, ma il Vodun prima che una religione è un modo di vedere il mondo e di rapportarsi col mondo. In quanto religione politeista porta infatti al suo interno un concetto fortissimo: la possibilità dell’uomo di relazionarsi a più elementi. Nella religione Vodun ciò è molto utile anche per aiutare le persone nei momenti più delicati della loro vita. In Africa, quando una persona si trova in difficoltà, si rivolge agli iniziati per ottenere una “divinazione”, cioè una specie di seduta psicologica in cui si discute del proprio essere e del proprio percorso di vita. Il divinatore interpreta alcuni segni divinatori, ma colui che si rivolge ai divinatori è parte attiva della seduta, non la subisce passivamente. Questo è un aspetto fondamentale che spesso viene dimenticato: la divinazione non è l’atto di subire una decisione esterna ma il gesto attivo di una persona tramite cui si apre un orizzonte di possibilità. E’ la persona stessa che rivolgendosi al divinatore prende in mano la sua vita. Inoltre le divinazioni vengono fatte in relazione ad un “pantheon di divinità”: il singolo non è visto come un essere isolato nell’universo, ma una parte del tutto, a questo strettamente collegato. E ne è partecipe.
Questo approccio ti cambia completamente l’attitudine che hai nel mondo, e l’effetto è grandioso. Certo, io continuo a studiare la danza e la tecnica, che è la parte più terrena di questo percorso, ma sento anche l’esigenza di approfondire l’aspetto spirituale, che fa stare bene me e gli altri...
Sara: come?
Paola Fatima: ad esempio intersecandosi al percorso che ho fatto nell’animazione culturale, una disciplina attorno a cui c’era molto fermento in Francia negli anni novanta, e in cui io mi sono successivamente diplomata nel settembre 2004. Quello che cerco di fare sempre è di portare nel mio lavoro di insegnante di danza la mia esperienza come animatrice e viceversa. La danza è uno strumento utilissimo per l’integrazione culturale, tanto più lo è dunque la danza africana, che obbliga ad avvicinarsi ad un altro popolo, a cose nuove e sconosciute.
Sara: in che senso la danza può essere un utile strumento di integrazione culturale?
Paola Fatima: La danza può agire su tre piani diversi. Innanzi tutto, sul piano tecnico-professionale, è molto utile al singolo, aiutandolo a sentirsi bene col proprio corpo e a migliorarlo nel suo aspetto. Poi aiuta nell’integrazione con l’altro, non necessariamente di un altro continente: fare parte di un gruppo significa avvicinarsi agli altri attraverso il gioco della danza, accettare la relazione, e sperimentarsi in questa. Infine la danza è un’utile strumento di integrazione tra i popoli. Quando ci si avvicina ad una forma d’arte di un altro continente e ci si appassiona, l’interesse che nasce nell’aula solitamente non si esaurisce lì. Porta a leggere, a guardare documentari, a viaggiare. Porta a conoscere la realtà dell’Africa e ad uscire dai luoghi comuni. Si parte da un aspetto ludico, dalla danza, ma poi questa ti porta molto oltre: ti porta a conoscere.
Sara: E qui ad Asai di cosa di occupi?
Paola Fatima: Tengo un corso di danza africana e aiuto un paio di ragazzi con i compiti, due volte a settimana. Ma i compiti sono più che altro una scusa per dare un ascolto a ragazzi che non hanno nessuno con cui parlare e confrontarsi. Nel gergo dell’animazione culturale questo si chiama “accompagnamento solidale”. Ci vuole del tempo per conquistarsi la loro fiducia, ma dopo un pò cominciano ad aprirsi, ed ottenere un appoggio e un’amicizia da parte di una persona adulta è per loro davvero importante. Ora per esempio mentre parlo con te sto aspettando che arrivi Eros, un ragazzo di Siano in provincia di Salerno (ma lui qui a Torino si sente uno straniero!) il cui padre, ex operaio Fiat e militante politico, è morto qualche anno fa in un incidente stradale. La madre lavora come operatrice scolastica a Milano e lui vive a Torino da solo col fratello. Eros è davvero un “personaggio”, tanto che nel musical che stiamo preparando lui sarà il protagonista...
Sara: state realizzando un musical con i ragazzi?
Paola Fatima: Si, da un pò di tempo stiamo lavorando alla realizzazione di un musical che coinvolga tutti i ragazzi che vengono a passare qui il doposcuola. Io ho proposto che venissero fatte delle audizioni, e devo dire che è stata una buona idea perché in questo modo sono venuti fuorimoltissimi talenti nascosti, persone che magari nel quotidiano non emergono perché timidi, o perché non conoscono ancora bene l’italiano. Ora stiamo lavorando per inserire nella drammaturgia tutti i laboratori di danza e le parti musicali, in modo da dare spazio a tutti questi talenti. E’ un lavoro grosso ma molto stimolante. Il problema è che dobbiamo farlo nei ritagli di tempo, perché qui siamo quasi tutti volontari: molti sono insegnanti in pensione, ma alcuni hanno anche un altro lavoro e vengono qui quando possono. Lo stesso presidente di ASAI Sergio Durando lavora come volontario, oltre ad avere un impiego all’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi di Torino. Lui è davvero una persona speciale, ha aiutato ed aiuta moltissime persone.
Asai: Ma come funziona esattamente ASAI?
Asai nasce come associazione di salesiani, quindi ha una matrice cattolica, ma poi si è trasformata in qualcosa di diverso (io per esempio non sono cattolica...ma qui lo sanno tutti! E non è un problema). Accoglie tutte le fasce d’età, dal bambino all’adulto, ma principalmente ragazzi tra i 16 e 25 anni, stranieri ma non solo. Ci sono anche alcuni studenti universitari che vengono a Torino dal sud-Italia, per esempio. Cerchiamo di affiancare i ragazzi nello studio ma proponiamo anche tutta una serie di attività che permettono l’inserimento e l’integrazione.
Sara: e tu come sei arrivata qui?
Paola Fatima:
Ho iniziato a venire qui nel 2001 per fare tirocinio, mentre frequentavo un corso di tre anni per animatori culturali finanziato dalla Regione Piemonte. Ora questi percorsi per animatori culturali sono stati inglobati all’interno delle università, ma allora li tenevano le cooperative, e devo dire che per quel che mi riguarda è stata un’esperienza molto utile ed interessante: la maggior parte delle lezioni non erano frontali ma “esperienziali”, venivano utilizzati molto i giochi di ruolo, in modo da insegnare all’animatore a sperimentarsi in situazioni diverse, in relazioni diverse. Ancora oggi porto molto di quella esperienza nel mio lavoro di insegnante di danza, dove cerco di fare in modo che tutti vengano ascoltati, che ognuno trovi il proprio spazio... In ogni caso il corso prevedeva, fin dal primo anno, molte ore di tirocinio presso un’associazione a scelta. Proprio nei giorni in cui dovevamo scegliere dove svolgere il nostro tirocinio mi è capitato tra le mani un giornale in cui si parlava di ASAI....io credo molto nel destino, e così mi sono messa in contatto con loro ed ho iniziato la mia esperienza qui. Ed era esattamente quello che volevo fare.
Sara: raccontami del laboratorio di danza africana...
Paola Fatima: Dopo un pò di tempo che lavoravo qui mi hanno chiesto di tenere un laboratorio di danza africana per ragazzi. Inizialmente non è stato facile, perché non pagando i ragazzi pensavano di poter fare un pò quello che volevano, di venire quando gli pareva, di non rispettare gli orari ecc. Poi però hanno capito che se volevano partecipare bisognava farlo responsabilmente. Nell’idea di animazione da cui provengo io ogni cosa dovrebbe essere partecipata e patteggiata, ognuno dovrebbe essere parte attiva del percorso che si intraprende e delle scelte che si fanno a partire dai “tavoli” di discussione. Qui però è un pò diverso perché si risponde a bisogni impellenti e non sempre si ha il tempo di lavorare in questo senso, per cui ho dovuto fare un pò di compromessi di metodo, imponendo un minimo di disciplina.
Sara: Chi sono i tuoi allievi del laboratorio?
Paola Fatima: Attualmente ho un gruppetto di ragazze che vengono dal Messico, dal Marocco, dal Perù, dal Congo, dal Portogallo, e dall’Italia. Fino a poco tempo fa c’era anche Anif, un ragazzo molto simpatico che faceva anche parte di un gruppo di danze afghane, ma ora lavora e non riesce più a venire, e Kamal, un ragazzo marocchino che stava sempre dietro alle gonnelle... In ogni caso bisogna stare attenti, perché diverse persone cercano di “infiltrarsi” (qui il corso è quasi gratuito, mentre nelle scuole i corsi sono molto più cari...) ma naturalmente ASAI non può accogliere tutti, e cerca di dare la precedenza ai ragazzi in stato di bisogno. Per questi ragazzi venire ad un corso di danza, fare parte di un gruppo, significa molto: significa avvicinarsi agli altri. Se il gruppo funziona si creano delle sinergie, le persone si incontrano e le relazioni spesso vengono mantenute anche al di fuori del corso. Questo è già un grande risultato di integrazione, perché solitamente sono ragazzi molto soli.
Sara: Un’ultima domanda (quasi me ne dimenticavo)... perché “Fatima”? è il tuo vero nome?
Paola Fatima: è il nome che mi ha dato un mio amico del Benin nel ‘95. In Benin sono molto aperti, molti hanno una seconda religione, e lui e la sua famigliaseguono sia la religione Vodun che la religione musulmana. Fatima è un nome musulmano. Sono loro che l’hanno scelto per me.
Durante tutta l’intervista avevo osservato con curiosità il simpatico look di Paola Fatima: capelli rossi a spazzola, elegante tailleur, stivali coi tacchi, ed una curiosa spilla di Obama appuntata al bavero. Approfitto dei saluti per chiederle della spilla.... “me l’hanno portata da Washington subito dopo le elezioni USA, e da allora non l’ho più tolta. Certo, di mentalità è pur sempre un americano, ma qui si premia un’altra cosa....”

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