Intervista a Gigi Cristoforetti

mercoledì, 09 settembre 2009 - 16:43

Gigi CristoforettiDirettore del Festival Torinodanza
Torino – giugno 2009

di Sara Bonini Baraldi
 
Un po’ per una certa curiosità “fagocitatutto”, un po’ per l’inspiegabile numero di amiche danzatrici che mi ritrovo, mi capita di tanto in tanto di andare pure alle conferenze stampa dei Festival di danza. Ad una di queste, qualche anno fa, avevo sentito parlare Gigi Cristoforetti. Allora non sapevo chi fosse (purtroppo la mia curiosità fagocitattutto non mi porta quasi mai ad uno stadio superiore di conoscenza) ma il suo intervento mi aveva colpito molto per una questione specifica: sapeva parlare. In modo lucido, coerente ed efficace. Era un organizzatore, si occupava di danza e di programmazione artistica, eppure parlava molto meglio di me o di quelli che come me che dovrebbero saper parlare per mestiere. Lo trovavo quasi ingiusto...
A qualche anno da allora, un caffè all’aperto da Pepino mi dà finalmente il piacere di chiaccherarci a tu per tu. 

 

Sara: Ho appena assistito alla conferenza stampa del festival per l’edizione 2009 e sono rimasta molto colpita dal successo che ha ottenuto negli anni e dai contenuti in programma per il prossimo autunno. Ora che si sono spenti i microfoni vorrei farti una domanda a bruciapelo: c’è qualcosa relativo al festival di cui non sei completamente soddisfatto? Qualcosa che cambieresti?
 
Gigi: Sicuramente aumenterei le teniture: investirei maggiori risorse per incrementare il numero di serate previste per ciascuno spettacolo. L’allargamento del pubblico si fa aumentando le repliche, e questo è per noi un obiettivo importante. In generale però è vero: sono molto soddisfatto di Torinodanza. Mi piace l’idea del “cantiere” che stiamo mettendo in atto, l’idea di lavorare al futuro, di mettere al fuoco ogni anno nuove cose.
 
Sara: Cosa intendi per “lavorare al futuro”?
 
Gigi: Tieni conto che quando uno spettacolo arriva sul palcoscenico è stato concepito almeno 2/3 anni prima. Per esempio gli spettacoli in programma per questa edizione sono stati concepiti nel 2006/2007, che in un certo senso era un’altra epoca. Oggi sono cambiate tante cose e io mi sto chiedendo: quali sono i modelli da proporre per il 2010/2011?
 
Sara: ...e quali sono i modelli per il 2010/2011?
 
Gigi: Ciò che secondo me sta diventando sempre più importante per i festival è il concetto di repertorio. Nel momento in cui i confini spaziali non sono più un problema, diventa fondamentale recuperare la dimensione temporale. Come festival dovremmo recuperare il lavoro realizzato da un paio di generazioni di artisti. Dovremmo immaginare il futuro riguardando al passato.
 
Sara: Al termine della conferenza stampa ho chiesto a tre danzatrici di suggerirmi una domanda da farti, qualcosa che avrebbero sempre voluto chiederti ma non hanno mai avuto modo di fare. La prima vorrebbe sapere cosa ne pensi della produzione coreutica nel nostro paese e in particolare della qualità artistica dei danzatori e coreografi italiani...
 
GigiSul futuro sono molto ottimista.Sefino a poco fa gli spazi di crescita dei danzatori italiani erano piuttosto limitati, in quanto relegati ad una nazione decisamente in difficoltà per ciò che concerne la capacità di investire in nuovi linguaggi, oggi fortunatamente i riferimenti dei giovani coreografi non sono più nazionali ma europei. E’ possibile formarsi su scala internazionale con una facilità decisamente maggiore rispetto a prima e c’è una cultura molto più ricca che sta fondando le nuove generazioni. Per quanto riguarda il presente mi sembra invece che il panorama italiano non sia ancora molto articolato, pur essendo in alcuni casi estremamente vivace.
 
Sara: cosa intendi quando affermi che l’Italia non presenta un panorama molto articolato?
 
Gigi: Intendo dire che non in tutte le città si sviluppa lo stesso movimento e non in tutte le regioni si trova la stessa sensibilità. Così come non tutti gli artisti riescono a far scuola, e ad avere una certa permeabilità verso i giovani intorno a loro. Per esempio la Firenze di Virgilio Sieni è un luogo permeabile, dove c’è un maestro in grado di far crescere un territorio. Ma è un caso quasi unico.
 
Sara: Sei stato a volte criticato per non aver sufficientemente valorizzato i coreografi del territorio all’interno del festival. Cosa rispondi a questa osservazione?
 
Gigi: Del festival, senza presunzione alcuna, rispondo su un piano come minimo nazionale. Ciò significa che non farò mai una scelta soltanto perché italiana, figuriamoci perché torinese.
 
Sara: Qui entriamo nel merito della domanda che ti farebbe la seconda danzatrice:quanto sei veramente libero nella programmazione del festival di privilegiare la qualità artistica dei progetti e quanto ti senti invece vincolato dal nome, dalla fama o da altri fattori?
 
Gigi: Io sono completamente libero. Questo vuol dire che gli errori che faccio, li faccio “in proprio”. Solo una volta in tutti questi anni mi è stato chiesto da un importante referente del festival quando avevo intenzione di invitare Pina Bausch... In quel momento stavo lavorando ad una partnership con Sasha Waltz, per cui gli ho risposto che, per quanto riguardava il teatro-danza, la mia idea era di investire in altre presenze... Ed infatti così è stato. Questo è un segnale della grande libertà che ho da parte delle istituzioni. Né posso dire che nella scelta degli artisti sono influenzato dalla loro fama. Mi sono infatti reso conto che il pubblico viene indifferentemente a vedere artisti che non conosce, come Mathurin Bolze, e nomi di maggiore risonanza. Non c’è una reale differenza, il pubblico viene al festival perché è incuriosito dal tipo di performance che offriamo. Ciò non vuol dire che non sbagli, ma se sbaglio è per altri motivi.
 
Sara: La terza danzatrice lamenta una certa difficoltà di coordinamento degli spazi tra le varie rassegne torinesi. Vorrebbe sapere tu cosa ne pensi...
 
Gigi: E’ vero. Ne ho parlato proprio stamattina con il Teatro Stabile, e sono contento di avere questa occasione per comunicare che dal 2010 è previsto un coordinamento ufficiale da parte del Teatro Stabile e di Torinodanza. E’ dunque importante contattare fin d’ora il Teatro Stabile per raggiungere questo obiettivo nel 2010.
 
Sara: Ora ho una serie di domande mie, un po’ più personali. La prima è questa: tu perché sei nella danza?
 
Gigi: Perché ai tempi in cui uscivo dal liceo, i primi anni ’80, la danza era in assoluto il linguaggio più interessante tra quelli utilizzati nello spettacolo dal vivo, che era la forma d’arte che io seguivo. Era la modalità espressiva più viva e potente, quella che sapeva raccontarmi meglio di un mondo in trasformazione, in cui il corpo diventava determinante e l’estetica era radicalmente diversa da ciò che si vedeva solitamente sulle scene. Tieni conto che erano gli anni della Biennale di Venezia dedicata a Pina Bausch, degli spettacoli di Rosas... Tutto ciò mi ha segnato enormemente. Così ho fatto il critico di danza per tanti anni, oltre che a lavorare per un Teatro Stabile. Successivamente invece ho diretto per dieci anni un festival di circo contemporaneo, che è stata forse la cosa più divertente che ho fatto.
 
Sara: Il circo e la danza. Sono due mondi molto diversi?
 
Gigi: Decisamente no, perché il corpo è al centro di entrambi. Anzi, per alcuni anni nel circo contemporaneo il corpo è stato estremamente più creativo di quanto è accaduto nella danza. Ciò non significa che il risultato della creazione fosse migliore (a volte venivano fuori delle vere e proprie porcherie!), ma senza dubbio c’era molto fermento. E siccome sono molto curioso, tutto questo mi è davvero piaciuto.
 
Sara: Il cliché vede il mondo della danza dominato dall’universo femminile... che effetto fa invece essere un uomo in questo contesto?
 
Gigi: Dal mio punto di vista non fa nessun effetto. Lo trovo assolutamente normale. E’ vero che nel mondo della danza c’è una componente omosessuale significativa, così come in molti altri ambiti creativi. Ma è anche vero che il cliché della danza come universo principalmente femminile è oggi decisamente superato, soprattutto in Europa.
 
Sara: Mi è stato detto di un famoso giornalista argentino che comincia le sue interviste sempre nello stesso modo. La domanda che pone è questa: “tu que predicas?”. Vorrei chiederti la stessa cosa, anche se non trovo una traduzione adeguata...
 
Gigi: L’instabilità! Guarda il manifesto di Torinodanza di quest’anno... L’instabilità è una condizione straordinaria nella quale cercare di essere, perché è lì che si insidiano le novità. Ti faccio un esempio: il Théâtre de la Ville è il più importante teatro d’Europa, ma la stragrande maggioranza degli artisti programmati sono gli stessi da un anno all’altro. Torna Pina Bausch, torna Alain Platel...che significa questo? Che vuoi delle garanzie per posizionarti come “il festival dei grandi”, e vuoi la certezza di avere un “grande pubblico”. L’instabilità è invece la condizione attraverso la quale commetti degli errori ma sei in dialogo con il territorio, con nuovi artisti, con dei modelli in continua trasformazione. Inoltre personalmente, portando con sé una serie di sbagli ed intuizioni, è anche la maniera migliore per imparare. E’ come il rischio dell’artista: se l’artista si mette in gioco, lo deve fare anche il programmatore.
 
Sara: come nel caso dei Focus nei primi anni del Festival. E’ stata una scelta molto coraggiosa...
 
Gigi: Si, soprattutto se pensi che subito dopo lo spettacolo di Bejart ci siamo presentati con una sezione che si chiamava “Danze Indisciplinate” all’Hiroshima....c’era ancora la gente in giacca e cravatta! E’ chiaro che di fronte ad uno scarto così significativo è importante mettere delle “guarnizioni”, in modo da non farsi del male, e da non fare del male ad una parte del pubblico. In questo senso sono stato un po’ presuntuoso, però sono anche molto contento, considerando da dove siamo partiti e dove siamo arrivati.
 
Sara: Sono cambiate molte cose a Torino dalla prima edizione del festival nel 2002 ad oggi?
 
Gigi: Si moltissime. Torino è sempre stata una città molto colta, però adesso è diventata anche molto dinamica. Quella propensione al rischio che allora era di pochi ora si è decisamente diffusa, e c’è una grande vivacità. E poi puoi parlare come stiamo facendo noi adesso, una cosa inimmaginabile allora...
 
Sara: Se invece dovessi scegliere un’altra città in cui lavorare dove andresti?
 
Gigi: Una città che mi piace è Bruxelles. E’ un posto molto “easy”, nel quale le cose si fanno e si disfano con grande facilità. C’è una gamma molto ampia di situazioni, da quelle tipiche di piccola città di provincia, dove puoi tirare su la serranda del garage e farci un piccolo spettacolo, a quelle da grande capitale europea in cui trovi un teatro d’Opera come il Royal de la Monnaie...

Sara: La sfida più grande in questo momento per il settore culturale?
 
Gigi: Il tema che chiunque dovrebbe porsi è quello delle grandi strutture: cosa si dovrebbe fare oggi in questi imponenti contenitori? Come bisognerebbe gestirli? Quanto bisogna disfare per ricostruire? Pensa alle fondazioni liriche, ai teatri stabili, ad alcuni grandi festival: come si può affrontare una situazione che dal punto di vista economico non andrà certo migliorando? Come possono riuscire a rispondere alla fondamentale esigenza di radicarsi nel territorio e allo stesso tempo essere “nodi” a livello globale? Questa è la sfida determinante del prossimo futuro, ed è importante che tutti coloro che lavorano nel campo della cultura si interroghino in questo senso. Da parte mia lo sto facendo da tempo, ma non sono in grado di dare risposte.
 
SaraPer quanto riguarda le piccole realtà e i network, non pensi che anch’esse potrebbero rivestire un ruolo importante in futuro?
 
Gigi: Certo. Non esiste l’uno senza l’altro... Un grande festival ha senso soltanto se il territorio in cui opera è fertile, e può fare determinate scelte solo se intorno a se sono presenti realtà creative e culturali in grado di cogliere e valorizzare la sua offerta.
 
Sara: Per concludere l’intervista tu cosa ti chiederesti?
 
Gigi: Potrei domandarmi: sono da troppo tempo a Torino? Per me, e per Torino, intendo dire... E in fondo mi risponderei: no! E nonostante io ritenga che gli stimoli si esauriscano solitamente nell’arco di 5/6 anni (sia quelli che si danno e che quelli che si ricevono...), questa recente avventura col Teatro Stabile pone talmente tanti nuovi obiettivi che davvero l’esperienza non mi sembra ancora esaurita... In fondo mi sto ancora divertendo a Torino!!! E spero che anche Torino stia ancora prendendo qualcosa di buono.
 
Voi che dite, ci stiamo ancora divertendo? Io e Cristiana, a fare l’intervista, decisamente si...

 

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