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mercoledě, 26 aprile 2017 - 09:55
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PubblicazioniGenesi di un’idea. La rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno.

Spunti per una rivoluzione. Nuove voci dal mondo della culturaSpunti per una rivoluzioneEsce all’interno della collana Pubblico Professioni e Luoghi della Cultura, per le Edizioni FrancoAngeli, Spunti per una rivoluzione. Nuove voci dal mondo della cultura, a cura di Sara Bonini Baraldi. Il volume affronta le problematiche del settore culturale da un punto di vista radicalmente nuovo: quello dei giovani professionisti della cultura. Artisti, studiosi ed organizzatori culturali tra i venticinque e i quarant’anni spesso lasciati ai margini del dibattito ufficiale - quello che nasce nei luoghi istituzionali e fa eco sui giornali - ma che costituiscono il cuore pulsante della cultura di oggi e di domani.

Visioni, percorsi e proposte innovative su cui riflettere per ripensare il modo di fare cultura nel nostro paese. Un insieme di scritti sinceri ed audaci da cui emerge tutto il “non detto” e molto di più.
Il volume sarà presentato nel corso di Artlab 09. Dialoghi intorno al management culturale.

Genesi di un’idea. La rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno.
 
di Sara Bonini Baraldi
 
Quando decisi di realizzare questo libro, sotto impulso e spinta del gruppo “Pubblico Professioni e Luoghi della Cultura”, non avevo la benché minima idea di cosa ne sarebbe venuto fuori. Era una scommessa, audace ma innovativa, e tanto mi bastava. In più avevo appena terminato gli impegni didattici all’università, e stavo cercando qualcosa di completamente diverso - qualcosa in cui credevo veramente - su cui investire i successivi mesi di lavoro.
L’idea di base era quella di realizzare un testo che, a partire dal “polverone” recentemente emerso sui quotidiani nazionali, riflettesse sul binomio crisi-cultura attraverso una voce completamente nuova: quella dei giovani professionisti della cultura.
Già da qualche anno ragionavo con alcuni colleghi della mia età sulla difficoltà di comunicare le proprie idee, di valorizzare la propria professionalità, di costruire un percorso di crescita individuale e collettivo. L’opportunità datami da questo progetto era per me irrinunciabile. Da un lato si trattava di dare spazio ad una generazione, quella dei 25-40enni, il cui ruolo all’interno della società nel suo complesso, del mondo del lavoro in particolare, ed in quello culturale nello specifico, fa fatica a delinearsi ed emergere. Un insieme di persone capaci e competenti lasciate ai margini non solo del dibattito teorico ma anche delle reali possibilità d’azione e d’intervento. Un’intera fascia della popolazione che d’altro canto detiene forze e talenti imprescindibili per guidare e gestire positivamente la delicata transizione tra presente e futuro.
  Dall’altro lato, cosa forse più importante, si trattava di contribuire significativamente al dibattito esistente, dando voce a tutta una serie di esperienze e competenze di altissimo livello che, seppur presenti, mancavano però di uno sforzo di teorizzazione e strutturazione a livello aggregato in grado di comunicarne efficacemente i contenuti.  
L’ambizione, forse ingenua ma necessaria, era quella di fare veramente la differenza per il mondo della cultura. La crisi, a mio avviso, era solo un espediente che ci dava finalmente l’opportunità di farlo. In qualche modo sembrava infatti comunicare a farsi spazio la consapevolezza della necessità di una maggiore capacità critica e d’ascolto del sistema nel suo complesso, unendo le forze per un obiettivo comune. Decisi dunque di scrivere un breve progetto da inviare ad alcune persone che avrei successivamente individuato.
 
 
Instant book
 
Premessa
La crisi che ha recentemente investito le economie di diversi paesi ha colpito fortemente - se non più di altri, perlomeno in termini relativi - il settore culturale, provocando il rischio di una riduzione dei consumi da un lato, ed il prosciugamento dei già scarsi fondi pubblici dedicati alla cultura dall’altro. L’effetto è stata e continua ad essere un’immediata ed incontrollabile reazione a catena di cancellazione di progetti, chiusura di sedi/compagnie, limitazione delle attività, riduzione di posti di lavoro.
Diversi operatori del settore hanno avviato una riflessione sul profondo significato di questo momento, cercando da un lato di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della cultura, dall’altro di mettere in discussione il modello di riferimento basato su un tutto sommato indiscusso sostegno pubblico ed una scarsa spinta alla qualità e all’innovazione, sia artistica che gestionale.
Se le intenzioni in questo senso sono meritevoli, i risultati ci sembrano purtroppo (per ora) piuttosto deludenti. Troppo spesso il dibattito è stato gestito da dinamiche politiche, con intenzioni recondite di “sedare” il malcontento piuttosto che intervenire seriamente sull’esistente. Altre volte sembrano scarseggiare le idee innovative, di rottura, oppure - quando queste ci sono - mancano di consistenza, di profondità, spesso sottostando o assecondando le logiche dei media, dove solo grandi nomi trovano spazio per esprimersi (e comunque per un tempo limitato all’effimera attenzione dell’opinione pubblica). O più semplicemente non trovano alcuno spazio.
Certo il momento è difficile, tanto più che – come negarlo – per il settore culturale non si tratta di un “momento”, di una congiuntura eccezionale che una volta passata lascerà di nuovo spazio ad un equilibrio delle cose, ma dell’aggravarsi delle condizioni di un sistema che già non funzionava, pieno di falle, sprechi, problemi. Un modello che già non era in grado né di gestire l’ordinarietà né di sostenere l’innovazione, e che da lungo tempo ormai si basava su compromessi generando malcontenti. Un settore la cui crisi nasce ben prima della recente congiuntura economica, la quale sembra piuttosto aver accelerato l’urgenza di un intervento.
Difficile pensare di risollevarne le sorti con un mero ridimensionamento delle attività, od un qualche aggiustamento parziale. Né si può sperare, e tanto meno augurarsi, di tornare indietro. Quello che serve è forse non un semplice cambiamento, ma una vera e propria rivoluzione.
 
L’idea
Anche a noi come gruppo legato alla collana Pubblico Professioni e Luoghi della Cultura (PPL), in questo momento così critico, sembrava rilevante fare qualcosa. Operando principalmente in ambito editoriale, la nostra attenzione si è subito concentrata sull’idea di creare un “instant book”, un testo snello e tempestivo che fosse in grado di mobilitare l’attenzione di operatori e non, ma allo stesso tempo uscisse dalle insidiose logiche dei media.
In prima battuta avevamo pensato di coinvolgere grandi nomi, persone di spicco e di grande valore intellettuale e culturale. Riflettendo più a fondo sulla profondità della crisi ci siamo però subito posti alcune domande sull’effettiva utilità di un libro siffatto. Le rivoluzioni – ci siamo detti – le hanno sempre fatte i giovani. Non tanto per un fattore di età, quanto per questioni di condizione ed esigenza. Ai giovani più che ad altri (e non sto qui a perdere tempo definendo chi è giovane e chi non lo è...) spetta in qualche modo il carico di costruire il loro futuro personale e collettivo, e solo da questa sfida intrinseca più che da posizioni conquistate, per quanto illuminate, può nascere e crescere una visione “nuova”, diversa, che sappia leggere il presente con occhi del futuro, più che con quelli del passato. Per fare veramente la differenza - abbiamo concluso - non possiamo che rivolgerci a loro. Idea questa non particolarmente nuova, in effetti, ma molto spesso dimenticata.
    
Cosa vi chiedo
Durante i più o meno noiosi convegni in cui parlavano i soliti “big”, mi è capitato spesso di partecipare a vivacissime discussioni fatte nei corridoi tra giovani amici e colleghi. Critiche e malcontenti la facevano da padrone, ma non mancavano anche racconti di esperienze all’avanguardia attraverso cui si potevano intravedere interessanti elementi di innovazione nonché modelli alternativi di gestione e sviluppo creativo in ambito culturale. Quello che vi chiedo è ora di uscire dai corridoi e comunicare apertamente le vostre critiche e le vostre idee.
Perché le idee ci sono, e le intelligenze anche. Spesso però manca la loro capacità ad emergere, a farsi ascoltare, ad ottenere una forza collettiva in grado di creare una massa critica. A volte perché mancano gli spazi, è vero. Ma altre volte, ahimè, perché manca il coraggio. Credo invece che sia importante per noi giovani in questo momento, come in futuro, avere la voglia e la forza di metterci in gioco, assumendoci le nostre responsabilità senza aver paura di sbagliare. Inoltre credo che ciascuno nel suo possa fare poco, ma che attraverso la condivisione del pensiero e delle esperienze si possa davvero ottenere e creare qualcosa in più. In breve quello che vi chiedo è di riflettere ancora una volta sui problemi e le opportunità del settore culturale nel nostro paese in questo particolare momento di crisi, ciascuno sulla base del proprio sentire e delle proprie esperienze, in Italia o all’estero. E vi chiedo di farlo in modo critico e creativo allo stesso tempo, elaborando un contributo che sia di denuncia ma anche lucidamente propositivo. Un contributo in cui venga fuori tutto il “non detto” e da cui possano in qualche modo emergere proposte e modelli alternativi di fare e gestire cultura.
Ciò che vi chiedo è insomma di dire quello che avete da dire. Poi, insieme, vedremo di farci ascoltare.
 
 
Una volta confezionato il progetto si trattava di trovare le persone disposte ad intraprendere con me quest’avventura, il che non era poco. Non era poco perché in effetti chiedevo molto. Chiedevo di criticare ma anche di proporre. Chiedevo di farlo in modo strutturato, riordinando le idee e mettendole nero su bianco. Chiedevo di esporsi.
Inoltre chiedevo di farlo in 30 giorni e non di più. Lo chiedevo a persone che non necessariamente avevano familiarità con la pagina scritta, e che in ogni caso dovevano conciliare questo ulteriore impegno con tutti quelli già imposti dalle esigenze di una professione frenetica. Nei momenti più bui (non così bui però) di questo percorso - quando il tempo passava, i pezzi non arrivavano, e cominciavo a dover richiamare gli autori sull’attenti - mi sono anche detta “che sleale che sono però...se l’avessero chiesto a me non avrei saputo come cavarmela!”
In ogni caso l’idea era di avere almeno 7-8 contributi, massimo 10, anche perché di più, pensavo, non sarei mai riuscita a trovarne. E comunque in fondo doveva essere un “instant book”, doveva uscire presto, doveva costare poco.
Cominciai dunque a contattare un paio di persone, quelle con cui avevo già condiviso un percorso di riflessione in questo senso, e che volevo tirare dentro ad ogni costo anche perché, in nome dell’amicizia, non avrebbero potuto dirmi di no. E infatti mi dissero di sì. A loro chiesi anche di suggerirmi altri colleghi che operavano nel mondo della cultura e che avevano la necessaria mente critica per dare un valido contributo al progetto. Trovai altri sì, a cui chiesi di suggerirmi altri nomi, contatti, menti. Poi scavai tra i miei ex studenti, e ne trovai due, bravissimi (e soprattutto molto entusiasti). Infine, quasi senza più andare in cerca, parlai del libro con amici, fratelli e colleghi che mi indicarono spontaneamente altri giovani brillanti professionisti della cultura che avrebbero fatto esattamente al caso mio.
Non si tratta di “autoreferenzialità”. Volevo persone che da tempo riflettessero sui temi in discussione e che avessero la necessaria sensibilità per cogliere l’importanza di questo progetto ed accettarne la sfida. Non si potevano certo andare a cercare in un anonimo elenco di nomi... Ho pensato che rivolgermi a persone che ritenevo adeguate, e che a loro volta mi suggerivano persone adeguate, fosse la migliore garanzia. In fondo non stavo offrendo del denaro! Anzi stavo chiedendo un impegno, e non da poco. Inoltre avevo bisogno di andare in fretta e, per quanto possibile, saltare i ponti e gli inevitabili rimbalzi del “Salve, lei non mi conosce ma le scrivo questa mail perché sto curando un libro in cui vorrei coinvolgerla...”
In breve tempo misi insieme 19 nomi di cui ero pienamente soddisfatta. La scelta non era stata indirizzata dal voler coprire alcuni ambiti o competenze, o da rappresentare in modo universale il mondo della cultura, ma dalla fiducia riposta nella persona e nel suo percorso. Mi ritrovai dunque fra le mani un archeologo come un matematico, un danzatore come uno scultore, un musicista come un critico di teatro. Allo stesso modo il gruppo includeva un artista come un organizzatore, un ricercatore come un operatore, un autore come un imprenditore. Alla fine, quasi più casualmente che non intenzionalmente, mi ritrovai con una rosa di persone sufficientemente eterogenea da non sembrare autoreferenziale e da permettere uno spettro di visioni piuttosto sfaccettato da e sul mondo della cultura. 
Con ciascuno cominciai dunque a dialogare sull’impostazione e sui contenuti. Molto vagamente devo dire. Perché non avevo una scaletta da proporre, un obiettivo da raggiungere, un indice da riempire. Volevo che i diversi autori cogliessero quest’opportunità per esprimere quello che sentivano davvero necessario e utile dire. Non volevo che fosse un’ulteriore occasione persa. Per questo motivo non potevo indirizzare il contributo di ciascuno in direzioni a me chiare: se avessi già saputo cosa dovevano scrivere, allora il libro sarebbe stato inutile. Questa è stata, a mio avviso, la vera forza dell’impostazione. E in qualche modo, pur con qualche perplessità da parte di qualcuno, funzionava. Cominciai a rendermene conto via via che arrivarono i primi contributi.
 
Ora che il libro è quasi pronto sono sempre più convinta che la fiducia nelle persone che avevo scelto non era stata mal riposta. E che in effetti il libro vada molto oltre a quello che da sola potevo immaginare. Primo, perché non è un instant book. Non è sottile e snello e probabilmente non costerà poco. Ci sono 18 contributi più un’appendice un po' provocatoria, e penso che sia meglio così. Resta “instant” solo per il fatto che l’abbiamo fatto nei tempi previsti (sono passati solo due mesi da quando scrissi quel primo progettino ad oggi, giorno in cui sto per inviare il testo completo alla casa editrice). Secondo, e cosa più importante, perché i contenuti non si limitano ad affrontare il tema della crisi bensì delineano davvero, anche se in modo ancora sfocato, una nuovo modo di pensare e fare cultura. Da qui la decisione di eliminare qualunque riferimento al termine “crisi” dal titolo del volume per spingerci verso qualcosa di un pochino più ambizioso.
I temi affrontati dagli autori sono molti e complessi. A partire dalla crisi, che non è solo economica ma riflette un modello socio-politico altamente discutibile; che nel settore culturale è sempre esistita, e forse per questo ci spaventa un po' di meno; che è anche di una cultura che non è in grado di affermare e comunicare valori alternativi di convivenza sociale.
Per passare ad un settore che chiede non tanto maggiori risorse quanto piuttosto una maggiore trasparenza, legalità e vivacità di quel sistema del quale fa necessariamente parte; che nonostante tutto vede nella crisi un’occasione per rimboccarsi le maniche, addirittura una speranza che qualcosa finalmente cambi; che chiede di poter fare cultura come condizione necessaria per fruirne e viceversa.
E continuare poi con le possibili soluzioni in termini di nuove modalità di produzione, di consumo, di formazione; modelli alternativi di fare e gestire cultura che trovano nelle nuove tecnologie uno degli alleati principali al servizio delle idee, e nella cultura d’impresa un’imprescindibile forma di evoluzione culturale; che vedono nelle giovani generazioni e nelle nuove professioni una condizione indispensabile per evitare l’implosione di un paese che, a differenza di altri, non sa valorizzare le proprie risorse. 
Tematiche delicate che non posso e non voglio ridurre a poche cartelle in forma di bullets. Credo infatti che la vera forza dei contenuti che seguono stia nell’intensità della forma, delle parole e delle suggestioni che ciascuno ha saputo creare e far vibrare. Quello che da parte mia sento la necessità di fare è piuttosto spendere le ultime poche righe per sottolineare tre aspetti più sottili.
Prima di tutto, la grande intensità e sincerità degli scritti. Sia stato il tipo di mandato, la fretta con cui sono stati elaborati o il risultato di una scelta consapevole, la verità è che in questo testo le usuali barriere del “nero su bianco” crollano miseramente. I contributi non sono “politically correct”, soprattutto quando si parla di politica. Non hanno nulla di accademico o di dovuto. Gli autori si mettono a nudo e si espongono senza filtri, nella forma e nei contenuti. Le idee prendono vita da storie personali, fortemente sentite, con grande onestà. Quello che emerge veramente è la voglia di mettersi in gioco fino in fondo, di esprimere la propria visione del mondo e delle cose prima ancora che il proprio modo di agire e di fare cultura. In un mondo apparentemente superficiale, questo non è poco.
In secondo luogo vorrei sottolineare quello che a mio avviso è il vero tema sotteso a tutto il testo: la necessità e la voglia di condivisione e collaborazione. Condivisione e collaborazione (potremmo anche dire “socialità”) come elemento in cui arte e cultura trovano modo di esprimere in forma compiuta la propria creatività, ma anche come unico modo di realizzazione della propria progettualità a livello organizzativo, e soprattutto come profondo senso dell’agire e del sentire umano. In un mondo basato sulla competizione, anche questo non è poco.
Infine quello che emerge è l’assenza di una cesura tra teoria e pratica. Per quanto ogni autore si esprima con uno stile diverso, chi in modo più strutturato chi meno, chi partendo dal contesto chi dal proprio percorso, non ci sono teorie e analisi senza spunti biografici, né esperienze attraverso cui non si intravedano idee e visioni. Non ci sono mere analisi di settore senza rimandi a casi specifici, né puri flussi di coscienza fine a se stessi: nelle prime, i riferimenti personali sono concreti e reali; nei secondi, il richiamo ad un sistema più ampio, ad un mondo di relazioni, è sempre presente. Così come non esistono critiche senza proposte o proposte che non siano saldamente basate sulla conoscenza di un problema. Tutto questo caratterizza ogni singolo contributo ed il libro nel suo insieme. Ed è il suo bello. Perchè come diceva Leonardo Da Vinci “Quelli che s’innamoran di pratica senza scienza, son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone e bussola, che mai ha certezza dove si vada”. Ma a mio avviso chi si innamora di scienza senza pratica, e dunque teoria senza fatti, è possibilmente anche peggio. In una società in cui l’ipocrisia è piuttosto comune, questo è davvero molto. 
 
 
E se questo è il mondo della cultura di oggi e di domani, allora forse siamo in buone mani.
 
 
 
Titolo:
Spunti per una rivoluzione. Nuove voci dal mondo della cultura
 
Autore: a cura di Sara Bonini Baraldi
 
Sara Bonini Baraldi (1977) veneziana di nascita, torinese d'adozione, è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Bologna dove si occupa di trasformazione del settore pubblico, di management delle organizzazioni culturali e di analisi delle professioni culturali a livello internazionale. Presso l'ateneo bolognese insegna per la laurea specialistica GIOCA (Gestione ed Innovazione delle Organizzazioni Culturali e Artistiche). E’ inoltre collaboratrice della collana "Pubblico, professioni e luoghi della cultura"  di Franco Angeli - con cui ha pubblicato il volume "Management, beni culturali e Pubblica Amministrazione" (2007), invitato al Festival dell’Economia di Trento 2008 - e curatrice della rubrica on line “Conversazioni” per Coorpi, Coordinamento Danza Piemonte.
 
Hanno collaborato: Cristina Alaimo, Davide Baruzzi, Luca Bidogia, Silvia Bottiroli, Roberto Carta, Paolo Cascio, Marco Cavalcoli, Massimo Conti, Valentino Corvino, Maria D’Ambrosio, Linda Di Pietro, Elena Di Stefano, Silvia Ferri de Lazara, Giovanni Filocamo, Chiara Galloni, Gianluca Gozzi, Cristiano Piccinelli, Rodolfo Sacchettini, Ambra Senatore, Livia Senic-Matuglia, Cristina Ventrucci. 
 
 
 
 

 

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