Intervista a Maria Luisa Re Fiorentin

mercoledì, 12 maggio 2010 - 16:46

Funzionario della Direzione Cultura della Regione Piemonte, Settore Spettacolo, sino al 31.12.2009.

Torino, aprile 2010
di Sara Bonini Baraldi
 
“Se qualcuno ha già trovato le parole giuste per descrivere qualcosa, non cercarne altre”, dice il saggio. Non mi dilungherò quindi nella descrizione della Drogheria[1] dove un caldo giovedì d’aprile - in compagnia della fidata Cristiana – ho incontrato Maria Luisa Re Fiorentin, per tutti Marilù.
Da pochi mesi in pensione, m’aspettavo una grigia signora di mezza età. E invece...
 

Sara: Lei ha recentemente concluso un’esperienza pluridecennale in Regione nell’ambito della danza. Come è inziato questo percorso?

 
Marilù: Ho studiato all’Università di Torino storia e critica dell’arte e discipline dello spettacolo, laureandomi con una tesi sulla pop art inglese. Dopo alcuni anni di attività di ricerca e di insegnamento, ho poi fatto un concorso in Regione specificatamente rivolto ad addetti alla cultura e da lì è cominciata la mia vita “parte seconda”, quella dedicata al lavoro. Correva l’anno 1980, e da allora ho sempre lavorato all’interno dell’Assessorato alla cultura, prima occupandomi di beni culturali, poi delle attività espositive del Castello di Rivoli, ed infine delle attività di spettacolo. Tenete conto che in quegli anni il ruolo delle regioni, anche nella cultura, era in una fase assolutamente iniziale: tutto era molto più fluido e meno definito, il comparto era piccolo, molto intrecciato, si lavorava con pochi grandi soggetti e con risorse, sia umane che finanziarie, molto limitate, se comparate al presente. Le esperienze erano quindi più trasversali, meno rigide. Ora le istituzioni sono cambiate, sono cresciute, si sono sviluppate e strutturate, così come sono cresciute le realtà operanti nel settore culturale, forse anche grazie alle stesse istituzioni.
 
Sara: Cosa l’ha portata ad occuparsi specificatamente di danza?
 
Marilù: Forse il caso, sicuramente un’esigenza di ripartizione di competenze interne, ma dev’esserci stata anche una sorta di “attrazione fatale”, visto che l’opzione rispetto a due importanti comparti quali cinema e teatro in favore della musica e della danza è stata, appunto, una scelta.. Certo è stata per me un’ esperienza molto interessante seguire la danza in tutti questi anni, veder nascere e crescere tutta una serie di realtà e di soggetti. Il comparto della danza in Piemonte negli anni ‘90 era molto diverso da come appare oggi: con la Compagnia del Teatro Nuovo da un lato e quella di Loredana Furno dall’altro si caratterizzava come un sistema fortemente bipolare. Per il resto, non c’era molto... Poi ha cominciato a farsi spazio anche la compagnia Sutki, la cui anima organizzativa era il compianto Gennaro Labanca, e da lì in poi c’è stata una vera e propria evoluzione. Penso a tante realtà che in questi anni si sono sviluppate e radicate nella nostra regione, come quella del Balletto dell’Esperia di Paolo Mohovich, o la Compagnia Egri-Bianco, a festival come Torinodanza, che ha avuto l’intelligenza e la capacità di ricollocare Torino in un contesto internazionale, a Interplay e al lavoro capillare portato avanti da Natalia Casorati, a realtà come La Piattaforma e Insoliti, allo stesso Coorpi, e poi alla scommessa più recente, quella della Lavanderia a Vapore. Il tutto in linea con un certo fermento a livello nazionale e internazionale che anche qui, con lo sviluppo di reti e di rapporti, ha avuto dei riflessi, ha fatto approdare dei protagonisti, ha creato delle storie e dei percorsi. 
 
Sara: Secondo lei che ruolo ha avuto la Regione Piemonte in questo sviluppo?
 
Marilù: Se la Regione ha avuto un ruolo credo sia stato quello di porsi come un’istituzione “aperta”, capace di attivare una dimensione di ascolto, di conoscenza. Di aver saputo far emergere il potenziale esistente e di averlo affrontato in tutta la sua complessità e problematicità. Il nostro approccio è sempre stato quello di “lavorare insieme”, inteso non come slogan ma come prassi operativa orientata all’incontro e, talvolta, se necessario, anche a uno scontro costruttivo. La danza, rispetto alla musica ad esempio, è un comparto molto circoscritto. Questa è la sua fragilità ma è anche la sua forza, perché ha permesso di avere sempre interlocuzioni dirette tra istituzioni e operatori, e di realizzare un monitoraggio quasi giornaliero di tutto ciò che bolliva in pentola, fungendo da terminale per tutte le progettualità, tutti i problemi. Questo ci ha permesso di essere non solo un erogatore di fondi ma un vero e proprio interlocutore progettuale, svolgendo una funzione assimilabile a quella di una regia complessiva dell’esistente, condivisa ed innervata dall’apporto di tutti i soggetti. Il che è fondamentale, perché per erogare fondi con cognizione di causa è necessario entrare davvero dentro ai problemi, conoscerli, in qualche modo comprenderli e condividerli. La danza non ha mai avuto molte risorse, ma quelle di cui ha potuto disporre ritengo siano state spese bene: anche per progetti pilota da cui hanno poi preso avvio dei percorsi interessanti. E’ il caso, ad esempio, di Spazi per la Danza Contemporanea, un progetto realizzato in concertazione col Ministero e coordinato dall’ETI per dare slancio alla creatività delle giovani generazioni e rispondere al bisogno impellente di ricambio generazionale, di formazione, di sostegno alla produzione coreografica. Che era quello che mancava. Da qui anche l’investimento nel rapporto con l’Università, e la creazione del CRUD -Centro Regionale Universitario per la Danza “Bella Hutter”, diretto in questi anni in modo appassionato e illuminato da Alessandro Pontremoli, che ha saputo svilupparne una stimolante identità di “cerniera” fra la realtà universitaria e quella dei professionisti della danza.
 
Sara: Come è stato possibile portare avanti questo approccio virtuoso?
 
Marilù: Sicuramente abbiamo avuto la fortuna di lavorare con dei responsabili politici, anche di diversa connotazione, che ci hanno accordato fiducia e libertà operativa. Naturalmente la volontà politica è determinante nel momento di individuazione degli obiettivi strategici, ma è poi importante che non vi siano eccessive direzioni obbligate o sensi vietati per poterli raggiungere. Credo di poter dire che le modalità d’intervento sono sempre state sostanzialmente lasciate all’apparato amministrativo, con una fiduciosa “carta bianca”. Il nostro mandato era quello di creare una cultura della danza, che allora non c’era, e nemmeno ora so dire se c’è veramente... ma credo che molto sia stato fatto in questa direzione.
 
Sara: E’ soddisfatta dei risultati ottenuti? 
 
Marilù: Direi proprio di sì... dai primi anni novanta ad oggi la danza in Piemonte ha fatto molta strada. E’ vero che il percorso ha incontrato molte curve, qualche precipizio, ogni tanto qualche interruzione, ma è stato un percorso condiviso, il frutto di un gioco di squadra: non solo fra politica e amministrazione, ma anche con il concorso attivo di operatori, danzatori, coreografi, critici, ciascuno sulla base del proprio ruolo e delle proprie competenze. Il vero punto è riuscire a non lavorare nella separatezza, perché è solo dall’apporto di tutti che poi può scaturire qualcosa di interessante. E che possibilmente non sia soltanto una sommatoria, ma un “di più”, dato dall’apporto di ciascuno – in termini di idee, esperienze, competenze - e in cui ciascuno si riconosca.
 
 Sara: Qualche rimpianto? Questioni ancora da affrontare? 
 
Marilù: Beh...si può sempre fare di più e meglio: se avessimo avuto più fondi, più personale, più visibilità... ma abbiamo fatto il possibile con le risorse a disposizione, e non penso si possa parlare di rimpianti. L’auspicio ora è che non si torni indietro rispetto al percorso fatto, che al di là delle persone che si avvicendano all’interno delle amministrazioni e degli specifici orientamenti politici delle giunte si sia in grado di continuare la strada intrapresa attraverso quel percorso di conoscenza e quel gioco di squadra sperimentato in passato.
 
Sara: In cosa consisteva esattamente il suo lavoro? Ci racconti una tipica giornata in Regione...
 
Marilù: Le giornate lavorative di chiunque sono complesse e articolate...così anche le mie! Una parte rilevante del mio impegno quotidiano è andato alla risoluzione dei problemi: problemi relazionali con l’interno e con l’esterno, rapporti con la dirigenza politica, gestione dell’ordinario e gestione dei fondi. Spesso il nostro lavoro viene inteso in senso riduttivo, ma è molto più complesso di una semplice distribuzione di risorse finanziarie: per poter destinare i finanziamenti in maniera efficace è infatti necessario conoscere la situazione in modo approfondito, elaborare delle strategie, e alla fine – ma solamente alla fine - indirizzare i fondi per raggiungere gli obiettivi prefissati. E poi vi è l’attività legata alla elaborazione dei piani di attività, alla predisposizione di testi legislativi, regolamentari, di bandi, e ancora quella progettuale, che ci ha visto attivi anche a livello nazionale.
 
Sara: Che tipo di relazione avete avuto con le altre regioni?
 
Marilù: Nel settore della danza la relazione con le altre regioni si è aperta soprattutto grazie al recente progetto “Spazi per la Danza contemporanea”, ma la vera partita si giocherà d’ora in avanti: se nel 2009 le regioni partecipanti erano solo tre (Piemonte Campania e Lazio) ora il modello di cooperazione si è allargato a diverse altre regioni. Il progetto ha dimostrato come lavorare in modo interistituzionale sia non solo possibile, ma anche proficuo. E noi come Regione Piemonte siamo stati apprezzati per la nostra realtà, forse meno regolamentata ed istituzionalizzata se confrontata con realtà come quelle del Veneto, dell’Emilia Romagna e della Toscana, ma comunque molto vivace, caratterizzata proprio da una particolare vicinanza fra operatori ed istituzioni. La capacità dell’ETI di cucire e rapportare, in questo progetto, le diverse anime e vocazioni delle varie regioni è stata fondamentale.
 
Sara: Cosa pensa della legge quadro per lo spettacolo attualmente in corso di approvazione?
 
Marilù: La legge era attesa da tempo, e senza dubbio era ora che vedesse la luce. Ma per ora siamo solo alle intenzioni, e non si può ancora dire molto in proposito.
 
Sara: Dal 1° gennaio 2010 lei è andata in pensione...progetti per il futuro?
 
Marilù: Questa è una domanda che mi fanno tutti: cosa farai adesso? Per me ora comincia un nuovo ciclo di vita, ed è una cosa che mi esalta moltissimo. Ho molti nuovi progetti, anche se per adesso preferisco non parlarne. La sensazione è quella di Icaro che dispiega le ali e vola verso nuovi orizzonti...speriamo solo di non fare la stessa fine! Questo non significa che io abbia perso l’interesse per quello che ho fatto finora: quando ora vado a vedere uno spettacolo di danza ritrovo una pienezza di piacere che è il segno della continuità con il passato, con un lavoro che era diventato anche un po’ la mia vita. Per un coreografo, un ballerino questo è scontato. Per un funzionario pubblico poteva anche essere diverso. Ma non è stato così. Lo vedo dalle relazioni umane che si sono create nel corso del tempo, dalle grandi amicizie che restano immutate, dalle tante persone con cui tuttora mi sento e con le quali ci scriviamo. Ho una sensazione emotiva di grande continuità, non di cesura. C’è un filo di affetto e di stima che mi lega a molti di coloro che ho incontrato durante il mio percorso lavorativo. Ora ho la possibilità di avere una serena “distanza” nei confronti di molte problematiche, cosa che prima non mi era concessa. Ma rimane il piacere, e questo è il bello.
 
Sara: Ora che non lavora più in Regione, che suggerimento si sente di dare a Coorpi?
 
Marilù: Di mantenere sempre un ruolo propositivo. Perché Coorpi ha sempre proposto molto... anche cose irrealizzabili naturalmente! E di continuare a cercare in modo rabdomantico giovani danzatori e coreografi, a trovare o a inventarsi nuovi spazi, a mantenere quella fisionomia di spazio-laboratorio, di terreno di emersione di proposte giovani.... Questo per noi è stato il bello della scommessa: fungere da interlocutore sensibile e riconosciuto nei processi di definizione e di scelta progettuale, e contribuire alla realizzazione delle proposte. Coorpi è un “co(o)rpo” in realtà con tante anime, che deve continuare a coltivare.
 
Sara: e ad un giovane danzatore/coreografo che lavora in Piemonte?
 
Beh, non so se sono la persona più indicata per farlo... ma credo sia importante conoscere il “ sistema” di cui si è parte, le problematiche, e relazionarsi con gli altri. Molte possibilità derivano da rapporti di elezione che ciascuno si crea. Il confronto poi è importantissimo per l’acquisizione di parametri e scale di valori a supporto della propria consapevolezza artistica. E ancora: un grande e costante impegno formativo e un “aggiornamento” permanente, presupposti entrambi indispensabili e irrinunciabili per confrontarsi con parametri internazionali e non stare ai margini della scena nazionale ed europea.
Sappiamo come non sia facile avere un posto al sole...
 
Sara: e ad un giovane che entra oggi a lavorare in Regione nell’ambito dello spettacolo?
 
Marilù: Da dove partire? Dalla conoscenza. Degli strumenti legislativi, delle prassi amministrative, ma anche, approfonditamente, delle problematiche del settore di cui ci si deve occupare. Perché se non c’è conoscenza non può esserci programmazione, progettazione, riflessione. Noi nel 2003 abbiamo realizzato un convegno dal titolo “Una Regione per la Danza”. E’ stato un primo atto “rivoluzionario” in cui abbiamo messo tutti attorno ad un tavolo, amici e nemici, e da lì abbiamo cominciato a tessere rapporti. Altrettanto importante è andare a vedere quanti più spettacoli possibile. I progetti sulla carta, le istruttorie, le riunioni, sono certamente necessarie, ma non meno importante è andare a vedere tutto quello che si può. Il lavoro amministrativo, inteso in senso burocratico, questo non lo prevede, ma è fondamentale. Per me è stato allo stesso tempo un piacere e un dovere. E talvolta anche un sacrificio, ma fatto volentieri. Infine è importante avere una certa “distanza” dalle situazioni, per poter mantenere uno sguardo limpido, oggettivo, e poter prendere le decisioni migliori. Come dire... una grande vicinanza, ma allo stesso tempo una giusta lontananza da tutti. Non devi niente a nessuno, devi tutto a tutti.
 
Chi la conosce sa che Marilù è ancora una giovane affascinante signora che fa decisamente onore al suo soprannome. Io però avrei voluto intervistarla trent’anni fa, all’inizio della sua carriera. Per capire se anche lei, come molti di noi, era allora in dubbio sul senso del suo fare, sulle direzioni del suo agire. Se così fosse, vorrebbe dire che anche noi, come lei ora, abbiamo la speranza di ritirarci dal mondo del lavoro con la consapevolezza di aver costruito qualcosa, circondati dall’affetto degli altri (..e magari dando una festa alla Mole!). Vorrebbe dire che un senso c’è. E’ solo che quando si è in corsa, a volte, non si riesce bene a vederlo.
 
 
 


[1] “Alla Drogheria si danno appuntamento dopo cena o all’ora dell’aperitivo soprattutto i figli di quella che una volta veniva definita la “Torino bene”. Adolescenti che tra loro si chiamano cabinotti , per via della cabina telefonica di Corso Fiume dove a un certo punto punto hanno iniziato a ritrovarsi ai bordi dei loro motorini. (...) All’ora di pranzo, però, le cose cambiano. All’ora di pranzo, quando i ‘cabinotti’ sono a scuola oppure dormono per riprendersi dalla notte consacrata al clubbing nel fine settimana, alla drogheria trovi altra gente. Adulti. O almeno presunti tali, in quest’epoca di annunci che alla voce Cuori Solitari recitano “ragazzo quarant’enne cerca ragazza”. Gli adulti, all’ora di pranzo, a Torino, in Piazza vittorio Veneto, alla Drogheria, siedono intorno a un unico tavolo. Assai lungo, e col piano in marmo di Carrara. La situazione ideale, a prima vista, per ‘socializzare’. Ci sono i colleghi dello studio grafico in pausa e le amiche arredatrici che progettano vacanza a Pantelleria o Giannutri. Architetti non di rado alle prese con i lavori per le Olimpiadi del 2006 che hanno riempito Torino di cantieri, e musicisti dei vari gruppi nati e cresciuti in città a partire dalla metà dello scorso decennio. Bene. Tutti i torinesi seduti all’ora di pranzo intorno al tavolo socializzante della Drogheria in realtà più o meno si conoscono: per certo almeno ‘di vista’, come si dice. Perchè a Torino, città da sempre divisa in compartimenti stagni, chi frequenta certi posti e certi ‘giri’, non ne frequenta altri. E alla fine, che tu faccia di mestiere il professore universitario o lo spacciatore, incontri più o meno sempre le stesse persone. Ora: se la Drogheria fosse a Bologna o a Roma o a Napoli, o perfino a Milano, e se intorno al suo lungo tavolo socializzante dal piano in marmo di Carrara sedessero dei bolognesi o dei romani o dei napoletani, o perfino dei milanesi, allora inevitabilmente questi finirebbero per socializzare. Ma la Drogheria è a Torino. E a Torino i colleghi dello studio grafico parlano solo ed esclusivamente tra loro. E le amiche arredatrici anche. E gli architetti pure. E così i musicisti. Non se lo sognano nemmeno, di socializzare. A meno che un amico comune non provveda alla formalità delle presentazioni (...)”, Giuseppe Culicchia, “Torino è casa mia”, Editori Laterza, 2005 pp.13-15. 
 
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