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venerd, 28 aprile 2017 - 19:55
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ApprofondimentiDe Keersmaeker gioca una partita a due

Una trinit che consta di sola musica, di sola danza e poi di musica e danza insieme alla base di “Partita 2”, un lavoro radicale e puro che Anne Teresa De Keersmaeker ha creato con Boris Charmatz e una violinista sperimentata (Amandine Beyer, che si alterna con George Alexander van Dam) sulla Partita n° 2 per violino di Johan Sebastian Bach.
All’inizio erano il suono e il buio. Avvolgenti e propedeutici alla cosmogonia successiva, a quella architettura coreografica che l’artista fiamminga disegna con maestria, come da trent’anni a questa parte, percorrendo la struttura musicale, le sue qualit ritmiche, i suoi algoritmi compositivi e arrivando a veicolare emozioni e significati pur rifuggendo sempre il ct emotivo e facile della musica.
E’ nel buio completo che si inizia questa pice, con la violinista nell’oscurit che suona le prime sezioni della Partita bachiana. Per un buon quarto d’ora il pubblico avvolto dal buio e dal suono che si materializza quasi in volute sonore danzanti. Il prolungato inutilizzo del senso della vista acuisce infatti l’attenzione e l’immaginazione dello spettatore, che, con gli occhi della mente, progressivamente inizia a veder ballare la musica, le sue geometrie contrappuntistiche, il suo basso continuo. O almeno cos avvenuto per chi scrive.

 


Poi, da una porta di luce disegnata da Michel Franois - l’artista gi collaboratore di ATDK in “En atendant” dove tanta parte ha la variazione d’intensit luminosa - entrano in scena i due danzatori mentre la violinista si ritira. In abiti casual-minimal, l’esile ed energica figura di De Keersmaeker e un prestante Boris Charmatz, qui soltanto interprete, ballano sul silenzio. E sono come l’eco incarnata della musica. Riverberano con il solo movimento, con salti e camminate, due sezioni della Partita che si riveleranno essere la giga e la ciaccona. Perch quando, nella terza parte dello spettacolo, la violinista rientra, e danza e musica si compenetrano e si svolgono insieme, alla fine, la suite de danse di Bach si conclude con gigue chaconne danzate da Anne Teresa e Boris con le stesse movenze proposte prima, nel silenzio. Cos la pice si conclude con una sezione speculare alla coreografia d’inizio, come spesso negli spettacoli dell’artista fiamminga.

Oltre alla relazione con la musica, infatti palpabile anche il rapporto di questo titolo con tutta la creazione passata della coreografa e si legge come sottotesto la riflessione dell’artista belga sullo stato attuale della sua danza.
In “Partita 2” (dopo l’inizio nel buio) la scena vuota e scura con alcune linee che organizzano lo spazio della coreografia - come le circonferenze tracciate con la corsa nella courante - disegnate in bianco sul palco. La luce, cui la De Keersmaeker dedica sempre molta cura, fin dai tempi di “Rosas danst Rosas”, radente. La relazione con il grande Bach (Charmatz umilmente ammette in intervista che, fosse stato lui coreografo, non si sarebbe sentito di affrontare questa partitura) un misto di rigore (il punto di partenza sempre nella geometria delle sue architetture compositive), di libert e di consapevolezza. Nella bellezza astratta della musica si vede talora in filigrana il suo tratto pi umano e carnale e anche i danzatori mostrano un’intimit: fra loro (si tengono per mano, procedono piede contro piede, lei appoggia lui sulle spalle) e con il compositore di Eisenach (canticchiano Bach, accennano corse spontanee, o muovono piccoli salti slegati come nel barocco o nei giochi dei bambini). Nell’insieme “Partita 2” bel lavoro essenziale e raffinato in cui la De Keersmaeker non teme di mettersi alla prova in prima persona (n stato diversamente nel passato: si pensi a “Once” e alla ripresa dopo decenni di “Rosas danst Rosas”). La partnership fra i due protagonisti un poco sbilanciata, essendo qui Boris keersmaekeriano a tutti gli effetti (confida egli stesso che essere interprete “nelle mani” di personalit della statura di Anne Teresa, di Odile Duboc o di Meg Stuart un ruolo che gli garba) e mostra che la pi implicata in questo lavoro la coreografa che si immerge nella memoria stessa del proprio corpo danzante. Rispetto agli ultimi titoli sull’arssubtilior che paiono immensi affreschi in movimento, “Partita” pi ripiegato sul personale dell’autrice. Questo spettacolo, ottimamente strutturato, nella genialit della forma tripartita (solo musica, solo danza, danza e musica), una sfida vinta di De Keersmaeker verso se stessa (che sul palco emana la stessa luminosit e pienezza di sempre), ma gli ultimi “En atendant” e “Cesena” si accendevano di maggior significato universale, accedevano a territori pi coinvolgenti e sembravano parlarci di tutti noi, del cammino tortuoso e grandioso dell’umanit.
Nato al Kaaitheater di Bruxelles per il Kunstenfestivaldesarts, “Partita 2” giunto in esclusiva italiana a Torinodanza: una delle punte di diamante dell’edizione 2013.
 
Chiara Castellazzi

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