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sabato, 23 settembre 2017 - 16:49
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ApprofondimentiCori e Cuori

Cori e cuori a profusione in questo “C(h)rs”, progetto di ampio respiro, voluto da Gerard Mortier e ideato da Alain Platel, che riunisce settanta coristi del coro Intermezzo del madrileno Teatro Real, dieci danzatori dei Ballets C de la B e l’orchestra - a Bruxelles del Thtre Royal de la Monnaie che ha aperto con questo titolo la stagione 2013-2014.
L’uno artista, l’altro direttore artistico ai massimi livelli, entrambi originari di Gand, Platel e Mortier insieme hanno gi dato vita a pices che hanno lasciato il segno come “Wolf” (dove con danzatori, musicisti e cantanti recitavano anche quattordici cani, fra cui Flint, il fedele quadrupede del coreografo). 
 

Poi, per il rinnovato Teatro Real di Madrid, Mortier ha chiamato Platel a creare su musiche di Verdi e Wagner. E il fondatore dei Ballets C de la B si accostato al medium “opera” appropriandosi da par suo degli aspetti musicali, coreografici, teatrali, pittorici e anche sociali che contraddistinguono questa forma di spettacolo. Creando un materiale nuovo, ibrido e personale che si addice ai grandi numeri e ai grandi teatri lirici per cui nato.
Il versatile coreografo - abituato a lavorare in presa diretta sul mondo e a discutere con i suoi danzatori sui grandi temi - ha scelto di utilizzare famosi cori verdiani e wagneriani incentrandosi tanto sull’universale tensione fra individuo e societ, quanto su riferimenti attuali. Cos in “C(h)rs” sono udibili gli echi delle proteste di questi anni (e non a caso la ribellione anche il filo conduttore di questa stagione della Monnaie): la Primavera araba, gli Indignados, il manifesto “Indignatevi!” dello scomparso Stphane Hessel, Occupy Wall Street e cos via.
Non di poco conto l’impresa di non farsi soverchiare dalla musica, di andar oltre il facile pathos e la pelle d’oca suscitati da un grande insieme che canta il “Va pensiero” o “O Du mein holder Abendstern”. Platel d corpo vivente, oltre che ai singoli, alla massa e ripensa gli aspetti politici e sociali dell’opera lirica, cos evidenti ai tempi dei due autori del bicentenario (non tutti sanno che anche il maestro di Lipsia nel 1848 fu un autentico rivoluzionario, autore del pamphlet “Die Revolution”). Il sensibile coreografo-regista ci riesce grazie ai bei corpi pensanti dei danzatori e a quelli “normali” dei coristi, con l’ausilio delle piane parole di fratellanza di Marguerite Duras. E la polarit fra individuo e massa lascia spazio alle sfaccettature delle due entit.
Lo spettacolo si inizia sulla “Messa da Requiem” di Verdi (sul pi che vigoroso “Dies irae”) e sul preludio del “Lohengrin”. I danzatori (vestiti sui toni del bianco e del rosso), da una parziale fissit si lasciano poi andare ai movimenti convulsi e istintivi indagati negli ultimi spettacoli del coreografo belga, da “VSPRS” a “Out of context”. E’ importante l’uso della bocca, come deve essere in uno spettacolo di choeurs (ci saranno poi passi a due dalle risonanze classiche che si oppongono a quello tutto tensioni e bocche spalancate). Sul “Coro dei pellegrini” del “Tannhuser”, come in seguito a un costringente “contratto sociale” che obbliga il ferino che in noi ad adattarsi a norme e convenzioni (non senza spasmi e conseguenze nei corpi), i dieci ballerini vestono il panno che prima tenevano fra i denti e che si rivela essere un paio di mutande. Entra infine la grande massa dei coristi sul “Wach auf” dei “Maestri cantori” e adotta una gestualit quasi danzata sull’impronta del linguaggio dei segni. In tutto lo spettacolo Platel sa dare corpo alla massa e, attraverso il lavoro sul corpo e i corpi, riesce anche a sbalzare le individualit nel gruppo. Per poter provare a lungo con i grandi numeri e riuscire a padroneggiare a fondo il movimento delle folle, il coreografo gantese si avvalso di volontari che rimpiazzavano i coristi in fase di creazione. Il risultato tangibile: Ballets C de la B e Intermezzo dialogano, si intrecciano, si fondono.
Oltre ai cori verdiani e wagneriani, sono colonna sonora di “C(h)rs” anche il silenzio, frasi di Marguerite Duras (sul razzismo, sull’identit singolare e plurale, sulla condivisione), i rumori da stadio o le contestazioni di piazza (magari trasformate in ritmi flamenchi), i battiti cardiaci. Non mancano assembramenti di protesta con lanci di scarpe, bambini manipolati dalla folla, assoli del formidabile danzatore Romeu Runa che biascica brani dal “Lohengrin” mentre i cantanti declamano e si agitano in platea e nei corridoi dell’Opera. Sembra davvero di essere nel cuore della protesta e, pensando alla rivoluzione nazionale belga del 1830 che ha preso il via dalla Monnaie, in questa sede lo spettacolo si colora di ulteriori significati. Al nazionalismo piccolo e secessionista di alcuni suoi connazionali, Platel oppone quello grande dei patrioti liberali ottocenteschi che pensavano anche a un bene comune, di tutti i popoli. In scena, sul coro “Patria oppressa” dal “Macbeth”, i danzatori si combattono, ma la lotta senza vincitori. La guerra sempre una sconfitta.
C’ un momento che chiave di volta dello spettacolo, quando sono le risposte sull’amore e sulla somiglianza a formare i gruppi e i movimenti. Secondo un procedimento usato in alcune performances da Christine De Smedt (altra artista in forze al collettivo dei Ballets C de la B), viene chiesto alla massa – e qui sono pi di ottanta, fra coristi, danzatori e comparse – di muoversi e prendere posizione secondo la risposta a una serie di domande e indicazioni. “Chi pensa che l’amore sia per sempre, si sieda per terra”, “Ciascuno cerchi chi pi gli somiglia e si rechi in centro”… Seguiranno autopresentazioni di tutti i componenti del coro; cartelli innalzati con messaggi puramente umani (“poesia”, “aria”, “nostalgia”); cuori rossi pulsanti disegnati da una macchia sul petto o da mani colorate di vernice. Sulla scorta di Duras (“il semplicismo e il razzismo sono fascisti”) si va oltre e non fanno pi paura le semplici emozioni che Wagner e Verdi sollecitano. Si va oltre il nazionalismo anche musicale, oltre gli stereotipi.
Riprende in finale il “Requiem” verdiano ed la sezione del “Libera me” a essere cantata. La morte ci accomuna e ci affratella. Tutti muovono di schiena verso il fondale e sono di nuovo schiere senza volto di chi abita e ha gi abitato questa terra. I danzatori e qualcuno nel coro si spogliano, lasciano quello che hanno, ed escono di scena sul preludio al primo atto de “La traviata”, come se la storia si riavvolgesse. E le note su Alfredo e Violetta non alla sfera pubblica e di popolo che ci rimandano, ma al sentimento intimo di due innamorati dal tragico destino.
 
Chiara Castellazzi

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